Sinead O’Connor: i fantasmi della libertà

Fu lei stessa a scriverlo nel suo libro di memorie: le canzoni possono trasformarsi in fantasmi. Possono perseguitarti, pretendere sempre qualcosa da te, restare eternamente affamate, divorarti giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Esistono canzoni che non smettono mai di vivere, perché continuano a sanguinare insieme a chi le ha cantate e a chi le ascolta. Feriscono, urlano, reclamano verità e giustizia, attraversano il tempo senza consumarsi, come se ogni epoca avesse ancora bisogno delle loro parole.
È il destino di “Nothing Compares 2 U“.
La composizione di Prince, il successo planetario, il volto che ha consacrato Sinéad O’Connor agli MTV Video Music Awards del 1990. Ma ridurre quella canzone al suo trionfo commerciale significa dimenticarne il significato più profondo. In quella voce spezzata, in quelle lacrime ormai diventate un’icona della cultura contemporanea, c’era la rivendicazione della libertà emotiva ed esistenziale di ogni individuo. C’era il rifiuto di tutte quelle istituzioni – a partire da quelle religiose – che troppo spesso hanno preteso di invadere lo spazio più intimo delle persone, imponendo scelte, comportamenti, identità, perfino il modo di amare e di soffrire. Non era soltanto una battaglia contro le ombre dell’Irlanda di allora. Era una denuncia destinata a parlare anche al presente. Anzi, forse oggi risuona con una forza ancora maggiore. Basta osservare come il potere continui a servirsi del linguaggio religioso per giustificare dominio e violenza: dalle riletture della Bibbia funzionali al nazionalismo trumpiano, alle visioni messianiche che alimentano le scelte sanguinarie del governo israeliano, fino alla repressione esercitata dalla teocrazia iraniana e dagli altri regimi autoritari che, in nome di una presunta moralità, trasformano il corpo e la libertà delle persone e delle donne in territorio di controllo e conflitto. È la stessa logica che, estremizzata fino al fanatismo, può spingere un individuo, disumanizzato dall’odio ideologico, a trasformare una folla in festa in un bersaglio, come accade quando il fanatismo religioso arma la mano di chi vede nell’altro non una persona, ma un nemico da annientare, proprio come è avvenuto, recentemente, al Pride berlinese.
Eppure, all’origine di tutto questo, c’era un dolore profondamente privato. La giovane Sinéad desiderava soprattutto ricucire un legame materno spezzato. Cercava, attraverso la musica, un dialogo impossibile con una madre ormai irraggiungibile nella dimensione terrena, ma ancora presente nei pensieri, nelle parole, nei ricordi, nei gesti quotidiani. È forse questo il paradosso più struggente di “Nothing Compares 2 U“: una canzone vissuta attraverso un’assenza personale è diventata il simbolo universale di tutte le assenze, di tutte le libertà negate, di tutte le ferite che il potere infligge quando pretende di sostituirsi alla coscienza degli esseri umani. Ed è qui che risiede la lezione più autentica di Sinéad O’Connor. Il coraggio non consiste soltanto nel sopportare ciò che non possiamo cambiare, ma nel riconoscere ciò che deve essere cambiato a ogni costo. Comprendere che esistono idee, istituzioni e uomini che, pur rivestendosi dell’autorità del potere terreno o di quello ultraterreno, meritano di essere contrastati, denunciati, respinti. Perché dove si pretende obbedienza assoluta non c’è mai amore. Dove si impone il silenzio non c’è mai libertà. Dove si governa attraverso la paura non esistono mai rispetto, pietà o compassione. Esiste soltanto la volontà di piegare l’altro, di sottrargli la dignità, la voce, perfino la possibilità di essere sé stesso.
Chi si oppone a questo meccanismo conosce spesso l’emarginazione, l’umiliazione, la violenza, fisica e simbolica. Diventa “diverso”, viene trasformato in un corpo estraneo, semplicemente perché continua a immaginare un mondo più umano, più giusto, più pacifico. È esattamente ciò che accadde a Sinéad O’Connor: prima ridotta a bersaglio dell’opinione pubblica, poi rivalutata quando ormai il tempo aveva dato ragione alle sue denunce. Le sue canzoni, proprio come aveva scritto lei stessa, sono rimaste fantasmi. Ma non fantasmi che spaventano: fantasmi che continuano a ricordarci quanto possa essere rivoluzionario difendere la libertà, la dignità e l’umanità di ogni persona contro qualsiasi dogma, qualsiasi potere e qualsiasi verità imposta.
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