Sicilia

Sicilia, desertificazione in atto: imperativo piantare nuovi alberi

«Voglio essere molto chiaro: la Sicilia non si sta tropicalizzando; la Sicilia si sta desertificando”: Tommaso la Mantia, docente di Scienze forestali all’Università di Palermo, è molto deciso e convincente nel tentativo di smontare una ‘leggenda urbanà che nei fatti minimizza quanto accaduto durante la torrida estate vissuta in Sicilia.

«Questa – ha detto intervenendo all’incontro culturale ‘Alberi, vino e filosofià che si è tenuto alla Favazza Etna Winery nell’ambito della ViniMilo, ai piedi di un Etna ancora fumante dopo le spettacolari eruzioni delle scorse settimane – è una confusione che si fa spessissimo: quando si dice che ‘noi diventeremo come i Caraibì…no, non diventeremo come i Caraibi, diventeremo come Dakar, come Riad. Ai tropici piove e c’è caldo, ma le proiezioni nostre dicono che avremo sempre meno pioggia e più caldo, quindi ci stiamo desertificando».

A mostrare il prezzo che stiamo pagando al cambiamento climatico sono gli alberi: «Vedete – spiega, mostrando l’immagine di un albero scarnificato – questa è una betulla dell’Etna attaccata da un fungo che grazie a cambiamenti climatici è molto più virulento. E se qualcuno vi dice ‘ma in certi posti piove di più, sappiate che questo non serve a nulla: l’albero ucciso da tre mesi di siccità non ne trarrà alcun beneficio poichè gli alberi sono il risultato di centinaia di migliaia di anni di adattamento a certi regimi pluviometrici. Se piove di più ma poi fa caldo per molti più mesi, l’albero resta destinato è destinato a soccombere».

«Abbiamo un imperativo: piantare alberi e piantarne quanti più possibile. E dove gli alberi li abbiamo già, come succede ad esempio sull’Etna, dove per fortuna abbiamo tantissimi boschi, vanno possiamo gestirli in maniera da migliorare la capacità di questi boschi di essere più utili nell’assorbimento di anidride carbonica, aumentando del 30% questa possibilità».

In questo direzione va considerato l’uso del legno: «Farlo – spiega – non significa rinunciare ai boschi: un tavolo di legno è anidride carbonica immobilizzata per il suo ciclo di vita, mentre se l’avessimo fatto di plastica o di ferro avremmo consumato dell’energia. Al contrario di quello che si può pensare, utilizzare il legno dovrebbe essere anche questo un imperativo, come quello di piantare alberi, ovviamente in maniera sostenibile come si sta facendo con il tentativo di renderlo obbligatorio per la lavorazione dei formaggi dop siciliani e all’uso del castagno preso proprio qui sull’Etna».

E’ stato Tiziano Fratus, cercatore di alberi secolari e autore di diversi libri che gli hanno meritato il titolo di ‘filosofo degli alberì, a fornire alcune stime sul rapporto tra popolazione urbana e alberi: a Milano, ha detto, la popolazione è di 1.350.000 e la popolazione di alberi a oggi documentata equivale a 520.000 alberi, con un rapporto di 2,59 alberi per abitante mentre Torino con 855.000 vede una popolazione arborea è di 160.000, con un rapporto di 5,3 per abitante.

A Roma, che ha 2.752.000 abitanti, la popolazione arborea (che ultimamente ha avuto molte perdite) è di 315.000 alberi e il rapporto è 8,7. Poi ci sono altre stime che parlano addirittura di 1 milione di alberi a Roma, considerando tutti i parchi che ci sono intorno e allora il rapporto sarebbe più vicino a quello di Milano: 2.75. Palermo, infine, ha una popolazione 625.000 persone e la popolazione di alberi è 31.000, con un rapporto di 20,1.

«Questi numeri ci dicono – ha spiegato Fratus – che gli alberi nelle nostre città sono sempre stati accolti con grande fiducia, ma nonostante questo gli spazi che hanno a disposizione sono ridotti. Oggi si parla molto del fatto di dover piantare milioni di alberi nelle nostre città, ma io mi chiedo sempre – ammesso che si riesca a fare questa cosa, tutto da dimostrare – che sarebbe interessante anche capire che alberi sono e soprattutto che qualità di vita diamo noi a questi alberi. Questo perchè quando si piantano alberi nelle nostre città, almeno il 50% tendenzialmente muore nel primo anno per una gestione che non è sempre ottimale. Quindi, cosa vogliamo fare? Vogliamo continuare a uccidere milioni di alberi per riuscire ad averne forse 1 milione in più tra vent’anni?».

«Oggi – ha aggiunto La Mantia – è diventato veramente difficile far crescere un albero. Noi abbiamo una prova in corso nei monti di Palermo con cinque campi sperimentali: in un’estate come questa le piante andavano irrigate al modo degli ortaggi, cioè ogni settimana bisognava stare lì. Ne sono morte tantissime, ma abbiamo anche sperimentato alternative che possono funzionare».

«E’ vero quello che dicevi – ha però ribattuto il docente rivolgendosi al filosofo – ma questa non è una ragione valida per fermarsi dal piantare gli alberi: bisogna sforzarsi di pensare anche alle specie da piantare. Stiamo ragionando sulla possibilità di utilizzare piante non autoctone e non invasive perchè selezionate naturalmente in condizioni che adesso sono quelle che ci sono invece da noi. Il fico d’india, ad esempio: il suo ruolo nell’agevolazione dell’insediamento delle querce è straordinario, incredibile» sia, si legge nell’articolo pubblicato nel 2019, nel migliorare sensibilmente le condizioni microclimatiche dei siti di crescita, sia nel fornire protezione dagli erbivori ai semenzali e ai giovani individui.


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