Si lavora di più, si guadagna come prima: il paradosso in Puglia
La Puglia corre, ma con il fiato corto. Secondo i dati di Regione Istat, la fotografia sul mondo del lavoro è chiara. Non siamo più nel pieno dell’emergenza occupazione, ma siamo entrati in quella del lavoro povero. Partiamo dai numeri. La Puglia ha registrato nel 2025 il 51% di occupati, lo 0,2% in meno rispetto al 2024. Ma soprattutto, e siamo nel capoluogo.
La spinta dei servizi e del turismo ha portato il numero di persone con un contratto ai massimi storici. Ma attenzione, la disoccupazione regionale arriva alla soglia critica del 10%, e sono ancora troppi gli inattivi, soprattutto donne e giovani che ne ha smesso di cercare o restano ai margini. C’è poi un cambiamento profondo nella qualità di questo lavoro.
Se i dipendenti aumentano spinti dei contratti a termine nel settore terziario, il mondo degli autonomi, circa 257 mila, sta vivendo una fase di mutazione. Meno botteghe artigiane tradizionali, più consulenti e professionisti digitali. Una Puglia che cambia pelle, ma che deve fare i conti con un nemico invisibile, il carico fiscale.
E arriviamo al tasto dolente, gli stipendi. Nonostante il taglio del cugno fiscale garantito da governo anche quest’anno, il guadagno reale dei pugliesi è rimasto al palo. 29 mila euro la real media in regione, a fronte di quella del nord Italia dove di 34 mila.
E con un potere d’acquisto eroso soprattutto negli ultimi due anni dall’inflazione che ha mangiato gran parte dei pochi aumenti salariali. A Bari è noto il costo della vita degli affitti e è cresciuto più velocemente della media regionale, rendendo quei 100 euro in più del governo un aiuto appena percettibile
La Puglia è un territorio dei due volti, una regione che produce, ma anche una terra dove il lavoro non sempre garantisce la tranquillità economica. La sfida allora non è solo creare posti di lavoro, ma fare in modo che quegli stipendi permettano di vivere dignitosamente.



