Veneto

si infiamma la polemica contro gli acquisti online


Meno di un mese. Poi da sabato 4 luglio saranno ancora saldi. Da ieri, 5 giugno, ovvero 30 giorni prima del fatidico start, i negozi fisici del Veneto sono entrati nel periodo di silenzio promozionale. Questo in ottemperanza alla norma che prevede che nel mese precedente l’inizio dei saldi sia fatto divieto di effettuare vendite promozionali su abbigliamento, calzature, biancheria intima, accessori, pelletteria e tessuti. Quindi, vetrine rigorosamente “mute”. «Però – ha dichiarato il presidente di Confcom Federmoda Confcommercio Veneto e Padova, Riccardo Capitanio – se aprite il vostro smartphone troverete che le grandi piattaforme del trade on-line stanno facendo promozioni e sconti ad ogni ora. Vengono chiamati “flash sale” e li trovate ogni giorno, senza calendario e, soprattutto, senza vincoli. Questo è il paradosso col quale il nostro settore si confronta ad ogni saldo per cui credo sia urgente aprire una riflessione seria».

Un po’ di storia, al riguardo, non guasta. Il divieto promozionale fu pensato senza dubbio con buone intenzioni: l’intento era quello di proteggere il consumatore da sconti “finti” alla vigilia dei saldi e, al tempo stesso, garantire lealtà tra i commercianti. «Tutto questo – ha proseguito Capitanio – poteva funzionare ed aveva anche una sua logica. In un mondo dove il negozio fisico era l’unico canale di vendita. Ma quel mondo, volenti o nolenti, non c’è più». Adesso le norme regionali si applicano ancora ai negozi fisici, mentre non influiscono minimamente sugli e-commerce dove, infatti, i saldi si fanno tutto l’anno.

«La verità – ha continuato Capitanio – è che chi ha una vetrina in centro storico o nei quartieri e nei paesi deve rispettare le regole pena sanzioni, mentre chi vende da un server estero fa quello che vuole». E così, al classico danno si aggiunge l’altrettanto classica beffa. Si potrebbe obiettare: ma che vuoi che sia! I numeri, che poi sono quelli che contano, dicono invece che non si tratta di un semplice fastidio burocratico. Dal 2019 al 2025, in Italia, hanno chiuso oltre18mila negozi di abbigliamento e calzature, e la spesa delle famiglie per moda è scesa dal 7% al 3,7% dei consumi. Praticamente quasi dimezzata nell’arco di soli sei anni. 

«Facile intuire – ha incalzato – che in un contesto del genere, ogni svantaggio competitivo finisca per valere il doppio». Capitanio ha voluto però essere chiaro. «Il nodo non è la norma regionale in sé visto che nasce da una volontà condivisibile di ordine e trasparenza del mercato e nel mercato. Il problema è strutturale: le regole del commercio fisico sono precise e verificabili, quelle del commercio digitale sfuggono ancora a qualsiasi armonizzazione efficace sia a livello nazionale che europeo. Servono quindi controlli sul commercio online per evitare vantaggi competitivi sleali rispetto ai negozi fisici. È una battaglia che, come Federmoda nazionale, regionale e provinciale, portiamo avanti da anni, nelle sedi opportune, convinti che la soluzione non sia deregolamentare il commercio fisico ma regolamentare davvero quello digitale. La nostra posizione, al riguardo, è costruttiva: chiediamo che il tavolo normativo nazionale affronti finalmente il tema della parità di condizioni tra canali di vendita. I saldi è bene che restino: sono un appuntamento che il consumatore riconosce e valorizza e sono un grande spot a costo zero che va a beneficio soprattutto degli operatori più piccoli. Però le regole del gioco devono valere per tutti. Cosa che in questo momento non è, e anzi, a noi “fisici”, viene chiesto di salire sul ring con le braccia legate dietro la schiena. Questo per dire che la nostra non è una questione ideologica. È una questione di equità, di futuro per i nostri centri storici, per i nostri negozi di vicinato, per chi ogni giorno alza la saracinesca e ci mette la faccia. Perchè il rischio è che, a forza di chiusure di negozi, di spegnimento di vetrine, anche i paesi e le città finiscano per chiudere. E non credo sia questo ciò che vogliamo».


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