“Scappai di casa a 15 anni dopo che mia madre mi aveva picchiata in modo mostruoso. Mio padre? Ci siamo ritrovati quando si è ammalato di Alzheimer”: parla Paola Ferrari
I soliti leoni da tastiera hanno criticato le “forti luci” in studio e perfino il suo make-up, ma lei, Paola Ferrari, in un’intervista a La Stampa spiega di aver imparato a fregarsene: “L’unica cosa che mi rattrista è constatare che passano gli anni ma la deriva di odio non si ferma. Nel mio piccolo cerco di combatterla aiutando attivamente l’Osservatorio contro il bullismo e il cyberbullismo: io ho le spalle larghe, ma molti ragazzi arrivano addirittura a suicidarsi”.
La giornalista, impegnata alla conduzione dei Mondiali per la Rai, precisa però di non gradire i commenti che riguardano la sua vita privata: “Il privato resta tale, per questo non commento mai il gossip e non parlo nemmeno della famiglia di mio marito: un giorno magari lo farò, e ci sarà tanto da dire“.
Il racconto si sposta poi su un passato doloroso, segnato da una infanzia difficile e dalla paura della violenza. “Ancora oggi, quando vedo una mano che si alza, scatto. Crescendo sono arrivate anche l’angoscia dell’abbandono, la fame d’amore e l’incapacità di gestire le delusioni affettive. Ma all’inizio c’era soprattutto il terrore: di stare in casa, di essere picchiata“.
Ferrari racconta di non aver avuto un luogo in cui rifugiarsi: “Ero troppo piccola per trovarlo, non ne avevo gli strumenti e non esisteva nemmeno il Telefono Azzurro”. Definisce la sua infanzia un “buco nero” dal quale riuscì a fuggire a 15 anni, scappando di casa dopo che la madre l’aveva “picchiata in modo mostruoso”.
Anche il rapporto con il padre è stato complesso: lui si era allontanato per un’altra donna e per anni i contatti si erano interrotti. Solo di recente, però, il legame si è ricucito. “Quando si è ammalato di Alzheimer, essendo la sua unica figlia, mi sono presa cura di lui e ci siamo riavvicinati. In fondo il legame con i genitori è qualcosa che fa parte di te, anche quando non è idilliaco”. È stato proprio il padre a trasmetterle la passione per il calcio: “Quando avevo sei anni, prima che mamma diventasse violenta, mi portava allo stadio. Era il nostro rito: seguivamo le partite sugli spalti, seduti vicini, con il giornale appoggiato sullo stomaco per ripararci dal freddo“.
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