Saviano: “Dentro la classe si parla di rispetto, collaborazione, studio, impegno. Fuori i ragazzi trovano competizione, sopraffazione, denaro e visibilità”

La scuola prova a costruire un’idea di convivenza basata sul rispetto reciproco, sulla collaborazione, sullo studio come valore. Poi c’è il mondo fuori. E lì le regole cambiano radicalmente.
Roberto Saviano, ospite della rubrica “I protagonisti” su Orizzonte Scuola TV, ha descritto questa frattura come uno dei nodi più difficili da sciogliere per le nuove generazioni. L’intervista, condotta da Francesco Bunetto, ha messo al centro il rapporto tra linguaggio, violenza e formazione in un’epoca dominata dai social network.
Secondo Saviano, l’aggressività non è una novità nella storia umana. Gli europei cresciuti nel secondo dopoguerra hanno beneficiato di un sistema di regole capace di contenerla. Oggi, però, i social hanno cambiato le carte in tavola. “Essere aggressivi sui social ingaggia di più”, ha spiegato. L’algoritmo premia i contenitori che tengono l’utente davanti allo schermo, e la rabbia funziona. Nessuna piattaforma, ha osservato, ha interesse a penalizzarla.
Il problema non è solo la diffusione della violenza verbale. È il fatto che i ragazzi finiscono per non riconoscerla più come tale. “Percepire tutto questo come ordinario”, ha detto Saviano, impedisce il confronto vero. Non si cerca più di convincere l’altro. Si vuole vincere sull’altro. Ed è esattamente questa dinamica che, a suo avviso, ha già compromesso alcuni meccanismi della democrazia.
La scuola, intanto, prova a fare la sua parte. L’autore ha incontrato molti insegnanti impegnati a costruire empatia dentro le classi. Ma il problema, ha precisato, è la contraddizione tra ciò che si impara tra i banchi e ciò che si vive fuori. “La società in cui vive la ragazza e il ragazzo è una società di assoluta competizione, di guerra di tutti con tutti”, ha detto. In questo scenario, l’empatia rischia di essere percepita come un freno, quasi un senso di colpa che impedisce di farsi strada. La narrazione comune suggerisce che se non freghi, verrai fregato.
Saviano ha citato la musica trap come esempio di questo cortocircuito. I ragazzi la ascoltano perché la sentono autentica: racconta la strada, racconta quello che la scuola e la famiglia non dicono. Diventa uno strumento per fare la tara tra le promesse dell’educazione e la durezza dell’esperienza quotidiana. La politica, ha aggiunto, non aiuta. I giovani la percepiscono come inutile, al servizio di interessi non dichiarati. Un ragazzo di quindici anni, a differenza di quanto accadeva in altre epoche, non pensa più che fare politica possa cambiare il suo destino. Pensa che a deciderlo siano l’algoritmo, la tecnologia, l’intelligenza artificiale.
Le famiglie, dal canto loro, si trovano a gestire una situazione senza precedenti. Per la prima volta nella storia dell’umanità, un genitore non sa davvero cosa faccia il figlio quando è chiuso in camera con il telefono. Non ci sono ancora strumenti sufficienti per valutare l’impatto psicologico e neurologico di questa esposizione continua. E la scuola, ha denunciato Saviano, non ha inserito un percorso strutturato di educazione emotiva nell’offerta pubblica. Qualcosa si fa, ma solo grazie a insegnanti che rubano tempo ai programmi. Non esiste una proposta istituzionale organica, e questa assenza pesa.
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