Lazio

Salvini e la piazza superano le attese. La folla smentisce Sala e ignora le provocazioni – Il Tempo


Foto: Lapresse

Francesco Storace

C’era tanta curiosità, chissà che dirà il Capitano, tantissima gente ad aspettare le parole d’ordine da rilanciare. A giudicare dai battimani le hanno avute. Ma il tema, prima ancora del palco, era la piazza. Chiamata a reagire con compostezza a mille provocazioni. L’incredibile dibattito aperto dalla sinistra milanese sul diritto di parola: si credono i padroni del pensiero, quelli del Pd. I leghisti di piazza e di governo sorridevano a chi ricordava loro la polemica caduta ormai nel dimenticatoio: la folla al Duomo ha mandato in soffitta le parole vuote della maggioranza del sindaco Beppe Sala. Applausi, boato, standing ovation per sovrastare i tuoni che si pretendevano far arrivare da Palazzo Marino. A cinquecento metri i centri sociali: urla che sentivano da soli. Ma la democrazia meneghina prevedeva anche un altro copione, logoro, preistorico, davvero datato: il no del centri sociali, i sit-in desolanti contro la manifestazione della Lega. Inutili. Quella marea di folla, per nulla impaurita, ha travolto ogni barriera immaginaria e ha rivendicato il diritto di dire quel che pensa.

 

 

Un raduno con militanti provenienti anche da altre regioni d’Italia, tra pullman e treni, che è servito a ribadire la volontà di governare l’Italia con un centrodestra capace di smaltire rapidamente il voto referendario per puntare all’obiettivo del 2027. Nel segno dell’unità. Certo, con i tratti distintivi della battaglia di Matteo Salvini e del suo partito. In piazza la domanda di sicurezza. E di stop all’immigrazione clandestina. E i dubbi su Volodymyr Zelensky. E, ancora, basta Islam. La voglia di rompere i vincoli di una Unione Europea incapace di cogliere le difficoltà economiche degli Stati Membri e dei loro popoli. Il desiderio di pace, sempre più impetuoso da quando sembra di essere entrati in un girone dantesco dove esplodono troppi conflitti.

 

 

Poi, Salvini. Sì, la Lega ha tante personalità ma il Capo resta sempre uno. È così dai tempi di Bossi, ricordato con grande commozione in ogni angolo della piazza, e anche quando il leader si chiamava Roberto Maroni. E Salvini ha ancora saldo il comando del partito, lo infiamma col suo discorso, chiama a raccolta una base che vuole combattere il rischio di una sinistra al governo con i suoi mostri: ma davvero l’Italia deve essere governata da Conte e Schlein, da Bonelli e Fratoianni, e magari persino dal redivivo Matteo Renzi? Lo domandi ai tanti che hanno le bandiera in mano e la risposta è sempre un no dalla testa. E Giorgia? Chiediamo con l’orecchio pronto a captare ogni dissenso. Macché, non c’è bisogno di aspettare: “La Meloni è anche la nostra premier, ascolti però di più Matteo”. Contare al governo, con la lealtà che è necessaria. Di Vannacci se ne fregano abbastanza, lo considerano un capitolo chiuso. Ma se fosse in coalizione? “Problema suo, ne abbiamo visti di specialisti dell’andata e del ritorno”. Insomma, il generale faceva più paura quando se ne è andato, ora è considerato un altro a caccia di (poche) poltrone per i suoi. Ogni tanto si sente una battuta su Forza Italia, ma probabilmente nella piazza di Milano prevale il ricordo di Silvio Berlusconi: qui ne parlano anche le pietre. Non servono polemiche, dice un popolo che è maturo assai. A Pontida come al Duomo ci si accalca attorno a un leader e a un progetto politico. “Padroni a casa nostra” è una politica e non solo uno slogan. Magari non quello preferito da Ilaria Salis, sibilano dalla piazza… La speranza dei tanti presenti, semmai, è quella di non dover più leggere le solite storielle sui personalismi interni. “Avere tanti personaggi importanti è una grande opportunità, non una manovra”, dicono i più. E questo significa diversità rivendicata rispetto al resto della politica. “Non abbiamo bisogno delle correnti che ha il Pd”, strilla un giovane. E mamma quanti ce ne sono in questa piazza più grande del solito e piena come non si vedeva da tempo. “Io c’ero” diventa già la parola d’ordine da portare a casa. Questo 18 aprile non sarà come quello di tanti anni fa al tempo della Dc, ma segna un nuovo inizio nella storia leghista. La prova di forza che mancava, l’abbraccio col popolo che era necessario soprattutto a Salvini. Che magari si convincerà di poter fare a meno dei soliti cerchi magici che contagiano troppo i leader della politica. Senza mai aver conosciuto in vita loro una piazza così entusiasmante.


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