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Rybakina, la regina impassibile di New York e della WTA

Disse tempo fa Martina Navratilova parlando di Chris Evert: “La rivalità (con lei ndr) insegna a capire dove puoi pensare meglio, dove puoi migliorare, ti insegna a rispettare l’avversaria”. Verificheremo tra una decina d’anni se la massima vale anche per Aryna Sabalenka ed Elena Rybakina, finaliste oggi a Flushing Meadows. Meglio, però, evitare di chiedere alla bielorussa se è d’accordo o no con la grande campionessa ceca, poi naturalizzata americana: manderebbe a quel paese l’interlocutore non potendolo ridurre a pezzi come la sua racchetta a fine match, d’altra parte ha appena ceduto alla kazaka il titolo degli UsOpen, che era suo da ventiquattro mesi.

Rybakina è semplicemente più forte, in questo 2026, perché è più attenta, più fiduciosa nei propri mezzi, meno fallosa. Perfino nel secondo set, pur cedendolo, mostra il gioco essenziale ed efficace che è il suo marchio di fabbrica. La cronaca usa-e-getta di 141 minuti godibilissimi: Elena parte con una pulizia chirurgica, nel primo set commette appena tre gratuiti e un doppio fallo, mentre dall’altra parte Sabalenka ne accumula quindici. Il break arriva alla seconda occasione, sul 3-2, e la kazaka lo difende con un servizio che non concede nulla. Chiude 6-4 con un vincente di rovescio bimane che prepara il set point, l’errore di Sabalenka fa il resto.

Il secondo set è il momento della temporanea riscossa di Aryna. Le prime due palle break del suo match sono anche set point: le spreca con un gratuito e una risposta mancata, e la rabbia è visibile. Ma non molla: infila dodici punti consecutivi al servizio, resta aggrappata al parziale e, sul 5-6, una risposta di dritto fulminante sulla seconda di Rybakina le consegna il break e il 5-7.

Il terzo parziale si decide in fretta. Il primo game è il più lungo del match: Rybakina ha una palla break, che non converte, Sabalenka si salva con lo schema servizio-dritto. È l’ultima resistenza. La kazaka alza il livello in difesa, recupera negli angoli palle che sembrano perse, costringe l’avversaria a gettare la racchetta per la frustrazione. Si concretizza un doppio break. Rybakina non trema più e va a chiudere sul 6-2. Con un minimo sorriso festeggia il trionfo.

La finale di oggi lascia sul tavolo una domanda che accompagna ormai ogni incrocio tra Aryna ed Elena: è già una grande rivalità? La risposta onesta è no, non ancora, e forse non lo sarà mai nel senso che il tennis dava a questa parola mezzo secolo fa. Il metro di paragone resta irraggiungibile, ed è quello costituito dalle protagoniste della citazione nell’incipit: Martina Navratilova e Chris Evert hanno diviso il mondo per quindici anni incrociandosi 80 volte, un’enormità che nessun’altra coppia di giocatrici ha mai avvicinato, e alla fine del conto la mancina di Praga era davanti di poco, 43-37. Il dato che dice tutto è un altro: 60 di quegli scontri avevano in palio un titolo, di cui 14 in slam. Significa che per un’era intera vincere un torneo ha voluto dire, quasi per definizione, passare sopra l’una o l’altra: erano loro lo sviluppo darwiniano della Wta degli anni Settanta e Ottanta, quando il circuito femminile stava costruendo la propria storia.

Chi vuole capire cosa fosse quella contrapposizione, e l’amicizia che le è sopravvissuta, farebbe bene a guardare il recente documentario “Chris & Martina: L’ultimo set”, disponibile su Netflix.

I tempi sono cambiati, il tennis femminile distribuisce oggi i suoi titoli su una platea di giocatrici molto più larga. Ma sarebbe un errore ridurre Sabalenka vs Rybakina a una sfida muscolare: ha richiamo, ha sostanza, ha già una sua densità storica. Quella di Arthur Ashe era la diciottesima sfida tra le due, che ci arrivavano con la bielorussa avanti 10-7 nei precedenti, ed era la terza finale slam l’una contro l’altra, dopo le due equamente spartite, l’ultima a gennaio a Melbourne, anche allora con il successo della kazaka.

Sono loro il meglio del tennis femminile contemporaneo, per continuità di risultati prima ancora che per successi. Per Sabalenka era l’ottava finale slam consecutiva sul cemento: quattro Australian Open (2023-2026) e quattro UsOpen (2023-2026). Di queste otto finali ne ha vinte quattro, a Melbourne 2023 e 2024, a New York 2024 e 2025. All’ultimo atto di oggi era approdata con diciannove vittorie di fila agli UsOpen e con nel mirino il tris in continuità, riuscito finora nell’era Open solo a Chris Evert e Serena Williams.

Rybakina era alla prima finale newyorkese e alla quarta in uno slam. Da lunedì sarà la nuova numero 1 del mondo, chiudendo il regno di 99 settimane della bielorussa. Non è Navratilova contro Evert, e probabilmente nessuna rivalità lo sarà per ancora molti anni: ma resta il testa-a-testa più avvincente che il tennis femminile sappia mettere in campo negli anni venti.


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