Basilicata

Regione Basilicata: assalto al referendum sui mini- vitalizi

Proposti quorum più alto ed effetti limitati per salvare gli assegni ai consiglieri in carica alla Regione Basilicata: è assalto al referendum sui mini vitalizi


POTENZA – Quorum rialzato ed effetti limitati per salvare i mini-vitalizi dei consiglieri regionali in carica. Sono queste alcune delle proposte presentate nei giorni scorsi per neutralizzare il referendum abrogativo sul nuovo sistema previdenziale per gli eletti di via Verrastro. Sempre che la loro discussione non prosegua all’infinito impedendo l’effettivo svolgimento della consultazione proposta dal comitato costituitosi a gennaio. Dopo l’ondata di indignazione popolare scatenatasi sul caso.

Martedì prossimo il parlamentino lucano tornerà a riunirsi e all’ordine del giorno ancora una volta non ci saranno la discussione e il voto sul regolamento richiesto dalla Consulta di garanzia statutaria per rendere praticabili gli istituti di democrazia partecipata previsti dalla “Carta” regionale, e mai attuati.
A fine febbraio di fronte alle sollecitazioni della pentastellata Viviana Verri era stato il presidente del Consiglio regionale in persona, Marcello Pittella (Azione), a farsi garante del ritorno in aula del disegno di legge delle opposizioni entro il mese successivo. Col beneplacito del capogruppo Pd Piero Lacorazza.

UNA MANOVRA DAL SAPORE OSTRUZIONISTICO

Il 3 aprile, però, il testo era ancora all’esame delle commissioni competenti quando si sono materializzati oltre 50 emendamenti a firma dei capigruppo Fdi e Lega, Michele Napoli e Francesco Fanelli. Una manovra dal sapore ostruzionistico che ha costretto all’avvio di un approfondimento della proposta e rischia di far slittare la consultazione vera e propria, considerati i tempi tecnici per l’ammissione del quesito, la raccolta delle firme e quant’altro, al 2027. Quando i consiglieri regionali in carica avranno già iniziato a versare da diversi mesi la quota di contribuzione richiesta per accedere alla pensioncina da 600 euro al mese al compimento del 65simo anno d’età. Vale a dire quei 550 euro al mese, che per legge il Consiglio sarà tenuto a integrare con una cifra di tre volte superiore.

Il risultato, se verrà approvata una delle proposte di Napoli, sarà che proprio in ragione dell’inizio dei versamenti andranno fatti salvi in ogni caso gli assegni dei consiglieri regionali in carica come lui.
L’emendamento numero 26, infatti, prevede che «l’attivazione degli istituti di partecipazione disciplinati dalla presente legge non determina, salvo espressa previsione normativa, la sospensione automatica di procedimenti, programmi, atti di spesa o attività amministrative già avviate».

Dunque in caso si abrogazione referendaria della norma sui vitalizi non si potranno intaccare non solo i diritti in senso stretto, cioè quelli già acquisiti, ma anche quelli in via di acquisizione.
Un altro emendamento proposto dal capogruppo meloniano punta a innalzare il quorum richiesto per la validità della consultazione referendaria portandolo dal «33%» previsto dallo Statuto regionale alla «maggioranza degli aventi diritto al voto».

Il rischio di contenziosi a cascata

Un altro emendamento ancora, invece, rischia di ingenerare contenziosi a non finire perché prevede che «gli istituti disciplinati dalla presente legge non possono essere interpretati o applicati in modo tale da comprimere le prerogative degli organi elettivi regionali né da
determinare aggravamenti procedimentali non strettamente necessari». Poiché per «prerogative» dei consiglieri regionali talora si intende anche il trattamento economico a loro spettante, quindi, qualcuno potrebbe pensare all’esclusione delle loro pensioncine dalle materie per cui è possibile proporre un referendum abrogativo. Ovvero: «leggi, regolamenti o atti amministrativi in materia tributaria e di bilancio, nonché sulle leggi di ratifica delle intese con altre Regioni, o di accordi con Stati e di intese con enti territoriali interni ad altro Stato. Le leggi e gli atti dello Stato che costituiscono attuazione o esecuzione del diritto dell’Unione europea non possono formare oggetto di referendum abrogativo».
Un altro emendamento ancora, sempre a firma di Napoli.

Disincentivare le iniziative referendarie

C’è persino una proposta che pare pensata per disincentivare le iniziative referendarie colpendo al portafogli chi dovesse osare avviarsi lungo questa strada.
«E’ soppressa ogni previsione di accollo generalizzato da parte della Regione di imposte, tasse o altri oneri fiscali eventualmente gravanti sui soggetti promotori, salvo i soli casi espressamente previsti dalla normativa statale o regionale vigente». Questo il testo all’esame della commissioni.
E poi c’è la proposta di istituire un «Divieto di uso emulativo, dilatorio od ostruzionistico», sancendo che «gli istituti disciplinati dalla presente legge non possono essere utilizzati con finalità meramente emulative, dilatorie od ostruzionistiche rispetto all’azione amministrativa e legislativa regionale».

Il capogruppo meloniano propone anche di escludere «i rappresentanti delle categorie e dei
settori interessati» tra i soggetti legittimati a proporre un più semplice referendum consultivo, riconducendo l’istituto in parola «entro un perimetro democraticamente e istituzionalmente coerente, escludendo derive corporative e simboliche prive di adeguato radicamento ordinamentale».


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