Basilicata

Tragedia di Catanzaro, l’ultimo abbraccio ad Anna e ai suoi due angeli

Dopo la tragedia, Catanzaro si stringe al dolore dignitoso e straziante del marito e papà, Francesco, nel giorno dell’ultimo abbraccio ad Anna e ai suoi due bambini


CATANZARO – La Basilica dell’Immacolata è grande, ma ieri era troppo piccola per contenere tutto: il dolore, il silenzio, le lacrime di una città intera. Catanzaro si stringe, si raccoglie, si piega sotto il peso di una tragedia che non trova parole sufficienti. E allora restano i gesti, gli sguardi, i respiri trattenuti. Restano le mani giunte, le preghiere sussurrate, gli applausi che si mescolano al pianto. Sono lacrime e applausi, insieme, ad accompagnare Anna Democrito e i piccoli Giuseppe e Nicola nel loro ultimo viaggio.

Un abbraccio corale, composto e infinito, che avvolge anche Francesco, marito e padre, rimasto per tutta la celebrazione accanto ai feretri, in ginocchio o comunque lì, senza mai allontanarsi, come a voler custodire ancora, fino all’ultimo istante, ciò che la vita gli ha strappato via. La sua è una dignità che spezza il cuore, un dolore composto che non ha bisogno di parole per essere compreso.

IL DOLORE STRAZIANTE DI UN PADRE

A un certo punto, quando arriva il momento del commiato, Francesco prende tra le braccia la piccola bara di Giuseppe. Non la solleva soltanto: la stringe a sé, la culla, come se quel gesto potesse ancora proteggerlo, come se il tempo potesse fermarsi lì, in quell’abbraccio sospeso tra la vita e l’eternità. È un’immagine che attraversa la basilica e si imprime negli occhi di tutti, un’immagine che nessuno dimenticherà.

Sui primi banchi i volti segnati dalla sofferenza dei familiari, la nonna, gli zii, gli amici di sempre. Intorno, un’intera comunità: quella di viale De Filippis, quella di Catanzaro tutta. Le istituzioni non sono presenza formale, ma partecipazione autentica. Il sindaco Nicola Fiorita, con la fascia tricolore che sembra pesare più del solito, abbraccia Francesco in un gesto lungo, sincero, che è insieme umano e istituzionale, come se in quell’abbraccio ci fosse tutta la città. Accanto a lui il prefetto Castrese De Rosa, e tanti altri rappresentanti che oggi non rappresentano soltanto ruoli, ma condividono un dolore collettivo.

“IL SILENZIO POTREBBE BASTARE. IL SILENZIO E LE LACRIME”

E poi la voce dell’arcivescovo Claudio Maniago, che attraversa la basilica con parole che non cercano di spiegare, ma di accompagnare. «Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime», dice all’inizio, riconoscendo che davanti a una tragedia così non esistono risposte capaci di colmare il vuoto. Le domande restano sospese, quasi inopportune, perché – ricorda – anche se trovassero una spiegazione «potremmo solo sfiorare il mistero che ci sta davanti, senza riuscire a placare il nostro tormento».

E allora resta il dolore, quello vero, quello che «produce una ferita incancellabile nel cuore», soprattutto per chi, come Francesco, si trova a sopravvivere a una perdita così immensa. A lui, alla piccola Maria Luce che lotta tra la vita e la morte, e a tutta la famiglia, l’abbraccio della Chiesa e della città: «Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore… che sapeste che la comunità vi è vicina».

Lo smarrimento che attraversa tutti

Nell’omelia si affaccia anche il senso dello smarrimento che attraversa tutti: «Non possiamo negare lo sconcerto… quanto sia fragile la nostra vita». Una fragilità che improvvisamente diventa evidente, che interrompe progetti, sogni, affetti. Eppure, proprio in questo buio, l’arcivescovo richiama una speranza che non cancella il dolore ma lo attraversa: quella di un Dio che ha conosciuto la sofferenza e la morte, e che per questo può parlare al cuore degli uomini.

È una speranza fragile ma necessaria, quella che si aggrappa alla preghiera «Resta con noi, Signore, perché si fa sera», e che invita a credere che la morte non sia l’ultima parola. E infine, il monito che resta come una consegna per tutti: «Queste bare questa sera ci chiedono un rispettoso silenzio, ma anche di non lasciar passare invano questo dolore». Trasformarlo in attenzione, in cura reciproca, in una comunità più capace di non lasciare nessuno solo.
Quando le bare lasciano la basilica, tra gli applausi e le lacrime, Catanzaro resta in silenzio. Un silenzio pieno, denso, che non è vuoto ma memoria. E in quel silenzio resta l’immagine di un padre che non si è mai staccato dai suoi figli, che li ha accompagnati fino all’ultimo passo, con un amore che nemmeno la morte potrà spegnere.


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