Prince – Timeless | Indie For Bunnies
Le porte del leggendario vault di Prince tornano ad aprirsi nel decimo anniversario della sua prematura scomparsa, avvenuta il 21 aprile 2016. Ma in questa sua nuova uscita postuma, intitolata “Timeless”, non c’è aria di triste commemorazione; siamo al cospetto di una compilation che, seguendo un criterio puramente cronologico, celebra il genio di un artista che è riuscito ad attraversare epoche e tendenze senza mai scendere a compromessi, in grado di adattare il suo riconoscibilissimo stile a generi sempre diversi.

Un viaggio nel tempo? Se vogliamo essere fedeli al titolo, sarebbe meglio parlare di un viaggio senza tempo nel cuore di un’incredibile epopea musicale a base di pop, funk, R&B e rock. “Timeless” ha il merito di mostrarci tutte le varie sfaccettature del sound princiano senza mai perdere un briciolo di coerenza, anche nel caso di episodi minori.
Chi ha assemblato la raccolta è riuscito a pescare una serie di inediti di qualità che, pur non aggiungendo nulla di interessante al monumentale corpus del polistrumentista di Minneapolis, hanno il merito di rinfrescarci la memoria sul talento di un personaggio dalla creatività incontenibile – costretto, nel corso della sua quarantennale carriera, a scartare una quantità industriale di brani che avrebbero fatto la felicità di tanti suoi colleghi.
Questa sorta di Odissea princiana parte forte con il soul funkeggiante di “I Am You”, una canzone dal gusto molto moderno registrata fra il 1977 e il 1978. Si prosegue con l’hard rock frenetico di “Tick, Tick, Bang”, un brano del 1981 poi riregistrato in salsa hip hop e inserito in “Graffiti Bridge” nel 1990, e il synth-pop carico di groove di “Heaven”, frutto del felicissimo periodo psichedelico a cavallo tra “Around The World In A Day” e “Parade”.
Gli anni ’80, il decennio d’oro di Prince, si concludono con la scoppiettante “I Wonder”, un pezzo pop dal retrogusto blues/gospel che sembra sbucare fuori dalle sessioni di registrazione della colonna sonora del “Batman” di Tim Burton. La ballad “With This Tear”, incisa nel novembre 1991, venne poi donata a Celine Dion: una canzone straordinariamente intensa nella quale Prince, con quel falsetto sovrumano che era un suo marchio di fabbrica, riesce effettivamente a farci versare qualche lacrimuccia.
Da qui in poi “Timeless” segue la lunga fase finale della carriera dell’artista dai molteplici nomi, con una serie di pezzi degni di nota ma lontani dalla brillantezza degli esordi (spiccano “Stone” del 1995 e “Bestest Friend” del 2012, mentre “Calabama” è al centro di alcune polemiche per sovraincisioni effettuate dopo la morte di Prince).
L’inclusione di una versione live di “How Come U Don’t Call Me Anymore”, registrata nel marzo 2016 in occasione del Piano & A Microphone Tour, non ha molto senso in una raccolta di inediti da studio. Un riempitivo di classe che ha il gusto amaro dell’addio a un musicista che, appena un mese prima della sua morte, sembrava ancora nel pieno delle sue forze.
In fin dei conti, le uscite postume sono sempre così: preziose ma avvolte in un manto di profonda malinconia. Questa in particolare colpirà solo i fan più appassionati e completisti di Prince, non avendo nulla delle emozioni e della naturalezza che invece erano alla base di “Originals” (2019) e soprattutto del fenomenale “Piano And A Microphone 1983″ (2018).
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