Primavera in farmacia: allergie, antistaminici e conti che non tornano
30.04.2026 – 08.31 – Arriva il caldo (arriva? Arriverà, arriverà…), spuntano i fiori e, per milioni di persone, torna il rito degli starnuti, del naso che cola e degli occhi lucidi. O ruvidi come carta vetrata, a preferenza. Sono le allergie stagionali: in molti si corre in farmacia, in parafarmacia, o ci si attacca allo smartphone per cercare informazioni, e, davanti allo scaffale e al registratore di cassa, ci si fa la stessa domanda: “Otto pastiglie, sedici euro. Perché l’antistaminico sembra costare così tanto, o comunque più di quanto ricordavo”?
Proviamo a mettere le cose in ordine, con uno sguardo “specificatamente italiano”, fra i farmaci senza ricetta usati contro le allergie, in particolare pastiglie e colliri. Niente consigli medici personalizzati (quello resta compito, appunto, di medico o farmacista), ma una mappa per orientarsi tra norme, mercato, percezioni e dati di salute pubblica. Parola di esperto (di rinite allergica).
Punto primo: l’allergia non è solo “un raffreddore lungo”. Le allergie respiratorie e oculari da pollini, acari, spore o altro sono, nella maggior parte dei casi, una risposta difensiva esagerata del sistema immunitario che entra in contatto con sostanze in sé innocue. I sintomi vanno dal prurito al naso agli starnuti, dalla congiuntivite allergica al prurito cutaneo, dall’asma a peggio, a seconda di dove e cosa colpisce l’infiammazione. Sono di origine genetica, scritte nel nostro DNA? In parte sì, ma non solo. La predisposizione ereditaria è ben nota: chi ha familiari con allergie, asma, eczema o rinite ha più probabilità di sviluppare manifestazioni allergiche. Non è matematico, però, e non c’è un singolo “gene dell’allergia”: è un complesso di geni sommati a condizioni ambientali, un insieme di cose che non è determinismo. Molti allergici non hanno storia familiare chiara, e molti con genitori allergici non diventano allergici. Contano molto anche fattori ambientali e di vita: esposizioni precoci a certe sostanze inquinanti, infezioni, modalità di nascita e allattamento, uso di tabacco o esposizione passiva da bambini, eccetera. La ricerca discute anche ipotesi come quella igienica (meno stimoli infettivi precoci, e quindi bambini tenuti sotto una campana di vetro, danno un sistema immunitario più “disponibile” a risposte allergiche). Insomma la comparsa e la gravità dell’allergia dipende dall’intreccio tra geni, allergeni e contesto (inclusa la storia immunitaria della persona): e hai voglia a capirlo e a sbrogliarlo, questo intreccio in cui niente è poi così sicuro se non che bere molte spremute d’arancia non aiuta (la vitamina C è utile se manca, ma non è una strategia solida, le mega-dosi non hanno effetti chiari né bloccano la risposta agli allergeni. Anzi, in chi ha sindrome da allergia orale (magari da più pollini) la frutta cruda può portare infiammazione alla bocca.
Polline come nemico numero uno? Ebbene sì. In Italia, le società scientifiche che studiano queste patologie hanno più volte richiamato l’attenzione sul fatto che le allergie al polline interessano una quota molto ampia della popolazione: circa il 25–30 per cento di italiani soffre di questo tipo di problema, in un quadro in cui non solo i casi sembrano crescere anno dopo anno, ma aumenta anche la gravità della sintomatologia, con un legame che sembra in qualche modo legato ai cambiamenti climatici e alla carica pollinica, oltre, ed è cosa per niente trascurabile, al ruolo aggravante dell’ambiente urbano e dell’inquinamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato materiali che collegano cambiamenti climatici, inquinamento atmosferico, polline e salute: nella letteratura scientifica compaiono anche modelli che proiettano anno dopo anno stagioni polliniche più lunghe ed emissioni di polline più elevate in scenari futuri. Qui serve una precisazione da giornale serio: quando si dice “aumentano le allergie”, spesso si mescolano cose diverse: la prevalenza (ovvero, quante persone ne soffrono in un dato momento), l’incidenza (quanti nuovi casi compaiono ogni anno), la severità percepita (quanto è invalidante la stagione e ahimè, per chi scrive quest’anno lo è moltissimo), l’effetto della migliore capacità di diagnosi (più test, più attenzione rispetto al passato). Tutto questo può far salire i numeri “ufficiali” anche quando la biologia di base non è cambiata alla stessa velocità: per il lettore, l’effetto pratico è comunque reale ovvero più persone che cercano sollievo e corrono ad acquistare qualcosa, più domanda stagionale di farmaci da banco e colliri. Otto pastiglie, sedici euro.
In Italia “senza ricetta” non vuol dire “tutto uguale”. Nel linguaggio quotidiano si dice “farmaco senza ricetta”, ma conviene distinguere almeno due grandi famiglie di automedicazione: il farmaco da banco vero e proprio, in genere ad accesso più libero (spesso anche fuori dalla farmacia dove la legge lo consente, con possibilità di pubblicità mirata al grande pubblico), e quello senza obbligo di prescrizione che resta senza ricetta, ma che richiede un ruolo più forte del farmacista (non è esposto come un comune prodotto da supermercato; non si pubblicizza al pubblico). Entrambe le tipologie sono, di norma, a carico del cittadino (nel sistema italiano rientrano tipicamente nella cosiddetta “fascia C”, cioè non rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale); la classificazione e gli aggiornamenti passano dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Perché questa distinzione finisce sul portafoglio? Perché, per molti medicinali senza ricetta, il prezzo pagato alla cassa dipende molto dal punto vendita: farmacia, parafarmacia, e commerce Internet autorizzato, e talvolta la grande distribuzione (quindi il supermercato, per i farmaci ammessi). Ci sono margini, promozioni, concorrenza locale. Molti antistaminici “da allergia”, quelli che il cittadino compra in autonomia, sono da banco o senza obbligo di prescrizione e quindi un rincaro non è direttamente riconducibile alle normative di legge. Il Ministero della Salute pubblica persino un elenco semestrale dei 50 medicinali di questo tipo più venduti: è un termometro utile per capire cosa si muove nel mercato. Torniamo alle nostre otto pastiglie a sedici euro. Il confronto giusto è quello “alla dose”. Le pastiglie antistaminiche di seconda generazione (per esempio a base di cetirizina, loratadina, fexofenadina, levocetirizina a seconda dei casi e delle autorizzazioni: i nomi dei medicinali non li possiamo mettere ma scoprire quali sono è facile) sono spesso il primo strumento per alleviare sintomi diffusi. E qui il mercato italiano è frammentato: convivono marchi storici ed equivalenti (generici: quelli, insomma, che di solito “non ci sono perché il distributore non li manda”) con lo stesso principio attivo, a volte con confezioni da sette, dieci, venti compresse o più. Il trucco, per il portafoglio, è smettere di guardare solo il totale in cassa e iniziare a guardare il prezzo per giorno di terapia o per compressa, cioè quanto costa ogni giorno in cui il farmaco fa effetto secondo posologia (per l’allergia di solito una pastiglia ogni dodici ore al massimo). Due scatole possono costare uguale, ma una, se ha più pastiglie e a parità d’efficacia, dura il doppio. C’è anche un altro effetto “psicologico”: se passate da un generico a un marchio noto, o viceversa, il salto di prezzo può essere netto pur trattandosi, sul piano del principio attivo, di famiglie molto simili (non significa che siano identici per eccipienti, tollerabilità o indicazioni precise: per questo il foglio Illustrativo e il parere del farmacista contano. E però, appunto, se “il distributore non li ha spediti”, in farmacia i generici non ci sono e in mancanza di alternative non resta che pagare, anche quando non è giusto).
In conclusione: perché il prezzo “balla” così tanto? Perché il mercato dei farmaci da banco e di quelli senza prescrizione medica è concorrenziale e multicanale: è, quindi, una questione di domanda e offerta. Un antistaminico senza ricetta può avere un prezzo di riferimento noto nelle banche dati, ma alla cassa entrano sconti, offerte, margini fra fornitore e farmacia, differenze tra centro città e periferia, tra farmacia fisica ed e commerce autorizzato. In primavera, molte catene fanno promozioni mirate: chi compra fuori stagione o in promozione può avere un’esperienza molto diversa da chi compra di corsa nel momento del bisogno. Quindi, in aprile e maggio, se siete allergici alle graminacee aspettatevi di pagare parecchio di più. La “shrinkflation” (da noi spesso chiamata “sgrammatura”) è il fenomeno per cui diminuisce la quantità in confezione (“due biscotti al prezzo di tre”) mentre ciò che si paga rimane uguale o addirittura sale, mascherando un aumento del costo al grammo o litro o dose. Il tema è stato molto dibattuto e l’Italia ha introdotto nel Codice del consumo nuove discipline sul riporzionamento (spesso richiamate in relazione alla Legge di mercato e concorrenza 2024, la legge 193), con obblighi informativi pensati per aiutare il consumatore a scegliere nel modo giusto i beni preconfezionati. Sui biscotti, ok; sui farmaci, però, la verifica è più complicata. Le confezioni (10, 14, 20, 30 unità…) sono “presentazioni autorizzate”: spesso ciò che il consumatore vive come “hanno tolto la scatola grande” è un cambio dell’offerta (anche con soppressioni di tipi di confezioni nel percorso post autorizzativo), non necessariamente “la stessa identica referenza con meno pillole”. Per dimostrare una “shrinkflation” classica servono due elementi: stesso identificativo di vendita (stesso codice oggi e ieri) e serie storica dei prezzi. Una cosa non banale da fare: per esser sicuri di cosa si pagava ieri e di cosa si paga oggi, toccherebbe insomma calcolare caso per caso. Ricordando che il prezzo vero è quello per unità di effetto e non quello stampato in grande sulla confezione, non ci resta che starnutire.
[r.s.]



