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PornOdissea – “Sulle rive dei Lotofagi sbarcammo. D’un tratto, ecco una pulzella nuda”

Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Naufragato sull’isola dei Feaci, Ulisse racconta alla regina e al re le sue avventure dopo aver lasciato Troia.

PornOdissea. ULISSE: “Dispiegate le vele, entro i navigli sedevamo, la cura al timonier lasciandone e al vento. Se non che Borea e una corrente aspra ci respinsero: per nove infausti dì sul mar pescoso i venti rei ci trasportaron. Sulle rive dei Lotofagi al decimo sbarcammo, un popolo a cui è cibo il florido germoglio d’una pianta che ogni cosa fa dimenticar. Con due dei miei chi l’isola alberghi e nutra accerto. D’un tratto, ecco una pulzella nuda: sotto un albero di datteri dorme, distesa sopra un bianco vello caprino. Era incantevole, di una bellezza antica: sode mammelle distanti l’una dall’altra, capelli color ambra, profil soave. Mi colpì che dormisse a occhi aperti: solo il bianco si vedea. Felice, come se Zeus la possedesse. Accanto a lei, in un piatto, fiori di loto secchi, che uno può fumar trinciati in una pipa. Faccio cenno ai miei compagni di fermarsi. Mi chino su di lei e le carezzo il pelo. Apre le gambe: irresistibil esca. Come l’incendio di un naviglio nero da infocata pece attinto, il mio desio avvampò. Mi si concesse non rendendosene conto. Testa, braccia, spalle e busto avea immobili; solo il culetto si dimenava sotto di me qual riottoso puledrino. La schiaffeggiai, ma non accadde nulla. Cominciava a stufarmi, questa copula non ricambiata. Avevo visto più vita in una trota morta! Su di noi frusciava il vento fra le foglie. Per aggiungere una spezia alla portata, immaginai di farlo con Calipso e venni. Ebbe un sussulto, poscia ricadde sul bianco vello come deceduta. La guardai negli occhi, tuttora rovesciati. Questi Lotofagi avean davvero strani costumi! Mi levai dalla ragazza tonta e feci un cenno ai miei. S’accostarono. Provammo a parlarle: nessuna risposta. Allora uno dei guerrieri le allargò le gambe e la montò: di nuovo il suo culetto prese a dimenarsi. Era come se il sesso testé fatto avesse obliato. Che maleducazione! La lasciammo per avventurarci ulteriormente. Giungemmo a una radura opima dove altri Lotofagi, uomini e donne, erano accoppiati. Come la fanciulla nudi, gli occhi bianchi. Poiché dimenticano all’istante ciò che fanno, scopano incessantemente, andando dall’uno all’altra come di fiore in fior le api. Ci offrirono del loto. Declinai: triste destino, copular sonnambuli! Ma, più deboli di me, i miei uomini ne assaggiaron. Subito divennero intrattabili e non volean tornare a bordo, cazzo! Dovetti trascinarli a forza. Erano in lacrime. Li incatenai sotto i banchi e salpammo a tutta birra, battendo coi pareggiati remi il mar canuto. La droga i due imploravan, lamentosi: paghe, mogli, se stessi in cambio offrivano. Volevano rivolgere le prore! Di botte li gonfiammo quando diventarono aggressivi. Quindi approdammo a un lido sconosciuto, un’isoletta che d’umani totalmente manca, e solo belanti caprette inculta e pasce: senza legge vi vivono i Ciclopi. Questi sono colossi con un occhio solo. Procedono carponi, il culo in alto, che ogni tanto si grattano sui tronchi. Avvisto una spelonca eccelsa: qui un uomo gigantesco abita, che pascola le pecore solingo. Giunto in breve all’antro con dodici dei miei, i più robusti e arditi, non lo trovammo: per l’erte cime le pecore lanifere aderbava. Entrati, gli occhi stupefatti in giro portavamo: le corbe aggraticciate cedevano al peso di formaggi immensi, e piene d’agnelli e di capretti eran le stalle. Mi pregano i compagni che, rubato il cacio, si torni ratto alla nave e in mare s’entri; ma io non volli, benché fosse il meglio: bramavo di vederlo e trarne doni. Con me portavo, dentro un otre, un vino delizioso, incorruttibile, celeste, che Marone, sacerdote a Febo, mi donò, grato d’avergli reso gravida la moglie, lui che non può. Chiunque ne beva, da orecchio a orecchio sorride; e chi l’incula. Assaggiato del rappreso latte, l’ospite attendevam nell’antro assisi. Venne carponi col suo gregge; sollevata una pietra ponderosa, l’ingresso accecò della spelonca. Nel più fondo di questa, spaventati, rinculammo”. (8. Continua)

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