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Pirlo e Maldini, scoppia il caso figli: cosa dice la norma

Non basta la bufera politica per il ruolo di testimonial del bookmaker russo Fonbet, che Andrea Pirlo dovrebbe lasciare in caso di nomina a commissario tecnico della Nazionale. Attorno al nuovo corso immaginato da Paolo Maldini e Leonardo si è aperto un secondo fronte di polemica: quello relativo ai rispettivi figli di Maldini e Pirlo, entrambi impegnati nel mondo dei procuratori dei calciatori. Un caso che ha riportato alla memoria il precedente di Marcello Lippi, che dieci anni fa preferì rinunciare all’incarico di direttore tecnico federale proprio per evitare un conflitto di interessi legato all’attività da procuratore del figlio Davide.

Se le polemiche per l’attività di testimonial e un viaggio a Mosca erano il pretesto perfetto per contestare la scelta di Pirlo ct, il ruolo dei figli Nicolò Pirlo e Christian Maldini diventa a questo punto l’appiglio di chi spinge sul presidente Giovanni Malagò per arrivare a una soluzione diversa. In primis i club di Serie A, che da sempre preferirebbero Antonio Conte, ma non solo. La questione di un possibile conflitto di interessi, però, è più seria. Anche se formalmente non sembra esserci una violazione del quadro normativo federale, resta necessario un chiarimento per evitare di aprire il varco a dubbi e altre accuse.

La norma federale, i ruoli di Nicolò Pirlo e Christian Maldini

Il nodo nasce dall’esistenza di una norma federale che disciplina l’incompatibilità tra incarichi in Figc e rapporti di parentela con agenti sportivi. Da qui il dubbio: la situazione di Nicolò Pirlo e Christian Maldini va contro questa norma? Ed è assimilabile a quella che portò Lippi a fare un passo indietro nel 2016?

Al momento, la risposta sembra essere no. Nicolò Pirlo, classe 2003, lavora da circa un anno nella sede milanese della società You First/Garsh Sports, dove svolge attività di intermediazione e scouting. L’agenzia rappresenta numerosi protagonisti del calcio internazionale, tra cui Fabian Ruiz, Davide Calabria e persino il commissario tecnico della Spagna, Luis de la Fuente. Christian Maldini, invece, dopo aver concluso la carriera da calciatore, collabora con Gr Sports, l’agenzia di Giuseppe Riso, che segue molti giocatori nel giro della Nazionale. La differenza rispetto al caso Lippi è però formale. Né Nicolò Pirlo né Christian Maldini hanno sostenuto l’esame di abilitazione e nessuno dei due risulta iscritto al Registro nazionale degli agenti sportivi. Non sono quindi procuratori abilitati, elemento che rende la loro posizione diversa da quella di Davide Lippi, professionista affermato già da oltre dieci anni e regolarmente iscritto all’albo quando il padre fu chiamato dalla Figc. Proprio per evitare qualsiasi ombra di incompatibilità, Marcello Lippi preferì allora rinunciare all’incarico.

I dubbi di Malagò e l’ipotesi di un passo indietro

Questo non significa che il tema sia destinato a scomparire. Al contrario, la questione dell’opportunità resta sul tavolo e potrebbe essere affrontata già nel prossimo Consiglio federale di martedì 28 luglio, quando non è escluso che venga chiesto un chiarimento al presidente Giovanni Malagò. C’è infatti chi ritiene che, pur in assenza di un’incompatibilità formale, sarebbe comunque opportuno che i figli di Pirlo e Maldini facessero un passo indietro per evitare qualsiasi sospetto.

La vicenda si inserisce in un quadro già complicato. Le polemiche sullo sponsor russo, le perplessità tecniche sulla scelta di Pirlo e ora anche il tema del possibile conflitto di interessi stanno rendendo sempre più accidentato il cammino verso la nomina del nuovo ct. Tanto che, secondo le ricostruzioni delle ultime ore, Malagò avrebbe intensificato i contatti con Maldini per valutare una situazione diventata improvvisamente molto più delicata del previsto. Resta però un dato: mentre il caso Fonbet riguarda una collaborazione destinata a interrompersi in caso di approdo a Coverciano, quello dei figli, almeno allo stato attuale, appare profondamente diverso dal precedente che coinvolse Marcello Lippi, proprio perché mancano i presupposti formali che allora resero inevitabile la rinuncia.


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