Pioggia di missili su Kiev: almeno 9 morti e 45 feriti dopo la fine della tregua
La tregua è durata appena quarantotto ore. Poi sulla capitale ucraina è arrivata una nuova ondata di droni e missili russi: uno degli attacchi più pesanti delle ultime settimane, con palazzi colpiti, incendi e vittime tra i civili.
Secondo il presidente Volodymyr Zelensky, nella notte tra mercoledì e giovedì la Russia ha lanciato sull’Ucraina oltre 670 droni e 56 missili, concentrando il fuoco soprattutto su Kiev. Il bilancio indicato dalle autorità locali è di almeno nove morti, tra cui una bambina di 12 anni, e 45 feriti. Tra loro anche un neonato.
«Ci deve essere una risposta giusta a tutti questi attacchi», ha scritto Zelensky sui social, mentre a Pechino Donald Trump incontrava Xi Jinping. Proprio ai due leader il presidente ucraino aveva chiesto di discutere una via per fermare la guerra. Una fonte della presidenza di Kiev, citata dall’Afp, ha sostenuto che con il nuovo bombardamento Vladimir Putin abbia voluto mandare «una dimostrazione» a Trump e Xi.
Mosca ha confermato il «massiccio attacco», rivendicando l’uso anche di missili ipersonici Kinzhal. Il ministero della Difesa russo sostiene però che gli obiettivi fossero impianti militari-industriali, aeroporti, infrastrutture per carburante e trasporti usate dall’esercito ucraino.
Da Kiev arriva una ricostruzione diversa. Il sindaco Vitaliy Klitschko ha riferito di edifici residenziali e non residenziali colpiti nella capitale. Secondo fonti ucraine, un drone avrebbe centrato un condominio di nove piani, distruggendone una parte. Zelensky ha denunciato anche un doppio attacco contro un veicolo dell’Onu nella regione di Kherson: a bordo c’erano nove persone, nessuna delle quali sarebbe rimasta ferita.
L’Unione europea ha accusato Mosca di colpire i civili. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha parlato di «un’altra notte di morte e distruzione» e ha annunciato che Bruxelles sta finalizzando un pacchetto da 6 miliardi di euro per fornire droni all’Ucraina.
Il Cremlino, intanto, chiude all’Europa come possibile mediatrice. Per il portavoce Dmitry Peskov, gli Stati Uniti restano «l’unico mediatore», mentre gli europei «stanno partecipando alla guerra dalla parte del regime di Kiev». Lo stesso Peskov ha annunciato che Putin si prepara a una visita in Cina: le date, ha detto, saranno comunicate «in un prossimo futuro».
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