Società

Perché devo prestare i miei giochi? Come rispondere ai bambini

Che cosa sta chiedendo

A quattro anni «prestare» è un’idea difficile. Molti bambini piccoli vivono il gioco tolto di mano come una perdita, perché non sono ancora sicuri che tornerà. In un esperimento pubblicato su Nature nel 2008, Ernst Fehr e i suoi colleghi hanno visto che tra i tre e i quattro anni meno di un bambino su dieci sceglieva di dividere i dolcetti con un compagno quando gli costava qualcosa; tra i sette e gli otto anni lo faceva quasi la metà. La generosità cresce con l’età.

Eppure non parte da zero. Felix Warneken e Michael Tomasello, in uno studio uscito su Science nel 2006, hanno mostrato che bambini di diciotto mesi aiutano spontaneamente un adulto sconosciuto a raccogliere una molletta caduta, senza ricevere nulla in cambio. Tuo figlio sta facendo una domanda seria: che cosa è mio, e quando smette di essere soltanto mio?

Le risposte

È tuo, e decidi tu

Nel Secondo trattato sul governo (1690) John Locke sostenne che ciascuno è proprietario della propria persona e di ciò in cui mette il proprio lavoro (paragrafo 27). Molti educatori di oggi partono da un’idea simile e sconsigliano di costringere i bambini a condividere: secondo loro ne nascono frustrazione e insicurezza più che generosità. Il gioco gli appartiene; prestarlo deve restare una sua scelta, accompagnata.

Una frase possibile«È tua, e decidi tu. Se adesso non vuoi prestarla va bene. Quando avrai finito di giocarci, possiamo chiedergli se la vuole provare.»

Generosi si diventa facendolo

Per Aristotele le virtù non nascono con noi: si acquistano con la pratica, come un mestiere. Si diventa giusti compiendo azioni giuste, e generosi facendo gesti generosi (Etica Nicomachea, II, 1). In questa prospettiva il compito dell’adulto è creare occasioni piccole e sicure per esercitarsi, finché il gesto diventa un’abitudine.

Una frase possibile«Prestare all’inizio è difficile, poi diventa più facile, come andare in bicicletta. Proviamo per un pochino: io resto qui, e poi te la ridà.»

Fai agli altri quello che vorresti per te

A un discepolo che gli chiedeva una parola sola da seguire per tutta la vita, Confucio rispose con la reciprocità: non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Dialoghi, 15,24). La stessa regola, chiamata regola d’oro, si trova in quasi tutte le tradizioni religiose e filosofiche. Per un bambino funziona se è legata a un ricordo preciso.

Una frase possibile«Ti ricordi quando volevi tanto provare il monopattino di Sara, e lei te l’ha prestato? Lui adesso si sente come ti sentivi tu.»

Viene da dentro, e va coltivato

Il filosofo cinese Mencio, nel IV secolo a.C., sosteneva che la compassione è innata: chiunque veda un bambino sul punto di cadere in un pozzo prova spavento e pena, senza calcolare un vantaggio (Mencio, II A 6). Questi sentimenti però sono soltanto germogli, e vanno fatti crescere. Gli studi di Warneken e Tomasello sui bambini di diciotto mesi sono spesso citati a sostegno di un’idea simile. Qui il compito dell’adulto è aiutare il bambino ad accorgersi di quello che prova l’altro.

Una frase possibile«Guarda la sua faccia: secondo te, come si sente adesso? E tu, come ti sentiresti al posto suo?»

Chi non lo sa

Si può anche ammettere che non è chiaro dove passi il confine tra rispettare ciò che è suo e insegnargli a dare.

Una frase possibile«Non so se è giusto obbligarti. Facciamo così: la ruspa la tieni tu, e intanto facciamo una buca grande tutti e tre insieme.»


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