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Paolini e le altre, storie di donne a Melbourne

È troppa roba, di questi tempi, la ragazzina Iva Jovic per Jasmine Paolini, che pure riesce a limitare i danni in termini di punteggio e lascia la John Cain Arena con il 6-2 7-6 a sfavore. Colpa anche di problemi di stomaco: sotto 4-1 nel primo set, la lucchese chiede l’intervento del medico, al quale dice, più o meno: «Dopo il pranzo non ho digerito, mi sento il cibo qui, non riesco a muovermi». Le pasticche fanno il loro; nel secondo parziale è più reattiva, anche se Iva mantiene un’alta intensità e sale 4-2 con due break a favore. Jasmine non molla, lotta con determinazione e risale fino al 5-5, reggendo la pressione e approfittando di qualche sbavatura dell’americana. Sul 5-4 Jovic serve per chiudere il match, ma la numero 1 d’Italia reagisce con cuore e qualità e trascina il set al tie-break, nel quale però la virtuale numero 22 WTA (live ranking) prende il comando e chiude 7-3.

Iva Jovic ha 18 anni appena compiuti e un tennis che non chiede permesso. Colpisce piatto, è fulminea dentro al campo, aggredisce ogni palla come fosse quella del match point. Figlia della California con un cognome che racconta dell’altrove serbo-croato, porta in campo una calma quasi adulta, interrotta da improvvise accelerazioni che spostano l’inerzia degli scambi. Contro Paolini non arretra, non trema nel tie-break, sceglie. È questo che colpisce: la capacità di scegliere e rischiare. Non è sempre così, per ora, in ogni torneo. La settimana scorsa, nella finale di Hobart persa contro Elisabetta Cocciaretto, mi era apparsa spesso tremebonda. Oggi no, anche se resta il dubbio di che cosa sarebbe potuto accadere con Paolini senza problemi. Jasmine non torna subito da Melbourne: è ancora in corsa nel torneo di doppio al fianco della sua coach Sara Errani, che oggi è uscita dal tabellone del misto insieme al compagno Andrea Vavassori.

Iva Jovic

Iva Jovic 

Sono le donne a prendersi la scena degli Australian Open grazie a match sorprendenti e storie “inspiring”, come dicono da queste parti, a prescindere dai successi e dalle delusioni di ciascuna. Per esempio, credo che oggi Coco Gauff non si aspettasse di faticare contro Hailey Baptiste, 24 anni, WTA 56. Invece la ragazza di Washington, classe 2001, le strappa il primo set e si difende bene anche nel secondo. Alla fine crolla (3-6 6-3 6-0) e così nel torneo va avanti la numero 4 del mondo. Hailey è figlia di genitori haitiani, Shari e Quasim, e ha iniziato prestissimo, a quattro anni, grazie ai programmi di quartiere della Washington Tennis and Education Foundation. Cresce a pochi minuti da Rock Creek Park, casa del Citi Open. Al Junior Tennis Champions Center di College Park si allena, adolescente, con Frances Tiafoe, che lei chiama “big brother”: origini comuni, famiglie vicine, stessa scuola di tennis e di vita. Non a caso nel suo team c’è Franklin Tiafoe, fratello maggiore dell’ex Top Ten. Il curriculum resta ancora scarno: quattro titoli ITF in singolare, uno WTA in doppio a Charleston 2021 con Caty McNally, gli ottavi di finale al Roland Garros e il terzo turno a Wimbledon, più il best ranking al numero 47 dell’estate scorsa. Con Coco e con Alycia Parks forma la triade delle afroamericane nella Top 100. Poi ce ne sono tante altre con classifica più alta, come Taylor Townsend e Sloane Stephens, capaci di imprese in doppio o in singolare. Una bella squadra.

Coco Gauff

Coco Gauff 

Si dice che Zeynep Sonmez non sia diventata tennista per vocazione familiare né per tradizione nazionale – in Turchia il tennis resta uno sport poco praticato – ma per una fuga infantile. A sei anni, durante un campo estivo a Istanbul, scivola via dal campo di basket per andare a palleggiare da sola, con una racchetta, sui campi vicini: un allenatore la nota mentre cerca un muro contro cui scagliare palle a ripetizione. L’aiuta e da quel giorno – raccontano – la bambina comincia a giocare senza accademie celebri né padrini, sostenuta da una famiglia discreta e da una rete di club locali, fino all’approdo nel circuito maggiore. Sembra una fiaba orientale, ma forse è andata davvero così, chissà.

Zeynep Sonmez

Zeynep Sonmez 

Adesso Zeynep, classe 2002, che lavora con Issam Jellali e Mehmet Bayraktar, è la numero 1 del suo paese e la 79 al mondo, ed è anche la prima turca a spingersi tanto avanti in uno slam, per di più provenendo dalle qualificazioni. Oggi perde 6-3 6-7 6-3 la sfida con Yulia Putintseva, 31 anni, WTA 70, e non accede al terzo turno del torneo. Alla fine del match, la russa di nascita e kazaka per convenienza ingaggia un corpo a corpo di urla e gestacci con i sostenitori dell’avversaria, non propriamente dei gentlemen. Ma Zeynep non li incoraggia ed esce dal campo. Dopo la sconfitta di oggi nella Kia Arena gremita di connazionali osannanti, tornerà a Istanbul più popolare di una delle stelle delle telenovele turche che anche in Italia contano milioni di spettatori.

È diventata “virale” anche fuori dalla repubblica anatolica per un episodio di pochi giorni fa: durante il match di primo turno contro Ekaterina Alexandrova – la numero 11 del mondo che poi eliminerà con il punteggio di 7-5 4-6 6-4 – ferma il gioco e va a soccorrere una raccattapalle stremata dal caldo, la sorregge, la accompagna fuori dal rettangolo blu. «Essere umani viene prima che essere tennisti», dirà ai giornalisti più tardi. È un gesto che la racconta meglio di un ranking: mostra di non essere concentrata su se stessa, di guardarsi accanto, di vivere non un monologo ma un dialogo con ciò che le sta intorno.


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