"Pace se si batte il terrore. I negoziati ancora a Roma"
Yechiel Leiter è filosofo di formazione e in seguito servitore dello Stato di Israele nei settori dell’economia, dell’educazione, della politica internazionale, padre di sette figli di cui uno, Moshe, è caduto da eroe poco dopo il 7 ottobre. Oggi ambasciatore israeliano negli Usa, è il capo della delegazione che gestisce la trattativa col Libano per una pace che gli Hezbollah, longa manus dell’Iran, vogliono impedire ad ogni costo. L’idea di Israele è che sconfiggendo il terrorismo si otterrà la pace; ma la pratica è difficile, può il Libano affrontare le minacce degli Hezbollah? Leiter parte da Roma dopo due giorni di colloqui trilaterali Usa, Israele, Libano impostati a Washington il 26 di luglio e che «riprenderanno a Roma il 4 di agosto».
L’Itala sede adatta alla pace? Così presto e di nuovo a Roma?
«L’Italia si è dimostrata ospitale e disponibile, è vicina ai due Paesi, rende agevoli i lavori, qui proseguiremo volentieri questa lunga trattativa in cui impariamo a conoscerci».
Ambasciatore, è andato tutto bene mentre il mondo riprende fuoco? Avete riconfermato le due zone pilota, un ritiro limitato?
«Esatto, queste due zone sono un ponte: da parte nostra, l’indispensabile smantellamento della forza terrorista degli Hezbollah; da parte libanese un approccio realistico e progressivo per poterlo attuare. Hezbollah non sparirà d’un tratto, ma non si può lasciare che prosperi sul confine. Immagini se la popolazione italiana fosse bombardata costantemente dalla Svizzera, se distruggessero case, scuole, ospedali. Chiunque accetterebbe il ritiro solo se la propria gente fosse al sicuro, quindi resteremo attivi nella zona gialla osservando che le zone pilota funzionino».
Avete calcolato quanto tempo occorrerà?
«I risultati non saranno valutati secondo scadenza, me secondo performance. Esperti sono al lavoro per risolvere problemi concreti di ogni genere. Fra le tante, una vertenza riguarda le aeree di proprietà privata, e cerchiamo di risolverla senza che si creino rifugi per i terroristi».
Lei sa che le accuse all’esercito israeliano sono molto frequenti.
«La guerra è sempre dolorosa, anche per noi, per i nostri soldati al fronte. Da 40 anni la popolazione sul confine soffre. Quando hai di fronte il terrorismo palestinese da una parte e degli Hezbollah dall’altra, sai che tutto verrà usato per distruggerci. Devi difendere la popolazione. Però, con accuratezza salvaguardiamo i villaggi cristiani, abbiamo dato assistenza presso l’ospedale di Naharia, aiuto a scuole e ospedali».
In che cosa è diverso questo tentativo da quelli del passato, falliti?
«In cambiamenti storici basilari: gli Hezbollah sono semidistrutti, Nasrallah non esiste più, le loro armi sono ridotte, abbiamo smantellato molte gallerie, depositi, rifugi da cui progettavano un’invasione come quella del 7 ottobre. L’esercito libanese è più affidabile, mentre si progetta una forza esterna responsabile che oltre alla presenza trilaterale comprenda anche altri protagonisti. E, tema fondamentale, l’Iran è ormai uno sponsor degradato, la sua ispirazione e la sua forza militare ed economica sono indebolite».
Ma la guerra è tutt’altro che conclusa, e la fuoriuscita dal Libano era al primo posto della richieste iraniane nel Memorandum d’intesa.
«Appunto: l’Iran ne ha violato le clausole e di conseguenza cade anche la la pretesa egemonica del suo patrocinio sul Libano. Per noi è stato fondamentale chiarire che l’Iran è fuori dalla cornice libanese».
Ma cercherà di recuperare spingendo gli Hezbollah all’attacco.
«L’Iran vede qui chiaro per la prima volta come la moderazione, la sconfitta del terrore, cancellano la sua pretesa egemonica sul Medioriente. Sarà una svolta per tutti».
Lei ha fiducia in una vera pace? Non una pace fredda come con l’Egitto o la Giordania?
«Israele e il Libano non hanno contese. Solo gli Hezbollah li dividono. Cancellando l’Iran dalla scena, si apre la strada a un’amicizia di due popoli industriosi, forti, che studieranno, commerceranno. I soldati torneranno a casa, i turisti varcheranno il confine».
Mi pare che lei parta rassicurato…
«È un processo positivo, che può emarginare l’Iran e apre a nuovi protagonisti. Sconfiggendo la prepotenza e il terrorismo si crea la pace. Il re Salomone costruì il famoso santuario del popolo ebraico a Gerusalemme coi Cedri del Libano».
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