Omicidio Martina Carbonaro, il racconto choc in aula dei carabinieri
Nuovi dettagli sull’omicidio di Martina Carbonaro, 14enne uccisa ad Afragola. In aula il racconto dei carabinieri sul ritrovamento nel casolare dello stadio Moccia. Lacrime in tribunale.
Il processo per l’omicidio di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa ad Afragola il 25 maggio 2025, entra nel vivo con una testimonianza che ha scosso l’aula del tribunale di Napoli. A parlare davanti alla seconda Corte di Assise uno dei carabinieri impegnati nelle ricerche della ragazza nei giorni della sua scomparsa.
Il militare ha ricostruito i momenti drammatici del ritrovamento del corpo nel casolare abbandonato nei pressi dello stadio Moccia. Un racconto dettagliato e doloroso: inizialmente una mano, poi un ginocchio e infine un paio di jeans hanno attirato l’attenzione degli investigatori, fino alla tragica scoperta del cadavere nascosto sotto un armadio, tra cumuli di masserizie.
OMICIDIO MARTINA CARBONARO, IL RACCONTO DEL RITROVAMENTO DEL CADAVERE
In aula erano presenti anche i genitori della giovane vittima, visibilmente provati. La madre, in lacrime durante la deposizione, ha lasciato l’aula quando sono state mostrate le immagini del luogo del ritrovamento.
Secondo il calendario processuale, nella stessa udienza sono attese anche le testimonianze di altri due carabinieri, tra cui il comandante della stazione di Afragola. Gli inquirenti hanno ricostruito le fasi delle indagini, partite dalla scomparsa della ragazza e sviluppatesi attraverso una serie di indizi sempre più concreti.
Durante i primi sopralluoghi, i militari avevano già individuato elementi riconducibili a Martina: inizialmente un paio di occhiali, poi il cellulare, geolocalizzato per l’ultima volta proprio nei pressi del casolare. Secondo quanto emerso in aula, la giovane frequentava quel luogo insieme ad Alessio Tucci, il 19enne che ha confessato il delitto ed è oggi imputato nel processo, collegato in videoconferenza su disposizione del giudice.
I DETTAGLI IN AULA
Ulteriori elementi raccolti dagli investigatori includevano tracce di sangue e un oggetto, una pietra in cemento, che potrebbe essere stata utilizzata nell’aggressione. Decisivo, inoltre, è stato il confronto tra le dichiarazioni del giovane e le immagini dei sistemi di videosorveglianza: proprio da queste verifiche sarebbe emerso che il 19enne aveva mentito agli inquirenti, indirizzando così le indagini verso la verità.
Il processo proseguirà nelle prossime settimane con nuove testimonianze e approfondimenti investigativi, mentre la comunità di Afragola continua a chiedere giustizia per Martina.
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