Umbria

“Non poteva prevedere che l’avrebbe ucciso”


La Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni dell’assoluzione di Pinheiro Reis Duarte Hudson, la trans brasiliana di 48 anni, conosciuta nell’ambiente come “Patrizia”, accusata di omicidio preterintenzionale per la morte di Samuele De Paoli, un cliente deceduto il 27 aprile 2021 a Perugia dopo una violenta colluttazione.

La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale di Perugia, che chiedeva la condanna dell’imputata, e ha confermato la decisione della Corte d’assise d’appello. Una decisione, quella della Cassazione, che però va ben oltre il caso specifico: i giudici del Palazzaccio hanno, infatti, colto l’occasione per ribaltare un orientamento giurisprudenziale risalente, riscrivendo le regole sull’omicidio preterintenzionale.

Era la sera del 27 aprile 2021 quando Samuele De Paoli, dopo aver assunto cocaina e alcol insieme a un amico, si era allontanato in auto per incontrare “Patrizia”, una prostituta transessuale che abitualmente frequentava la zona di Sant’Andrea delle Fratte. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici di merito, l’incontro era degenerato quando De Paoli aveva preteso un rapporto sessuale senza preservativo. Al rifiuto della trans, l’uomo l’aveva aggredita con violenza, colpendola con pugni al volto e strappandole i capelli, causandole la frattura composta di quattro costole.

La colluttazione era iniziata all’interno dell’auto per poi spostarsi all’esterno, in un fossato pieno d’acqua piovana. In un momento di estrema difficoltà, mentre era immobilizzata sotto il corpo dell’aggressore che continuava a colpirla, Patrizia aveva afferrato l’uomo per il collo con la mano destra. Una manovra difensiva, durata pochi secondi, che si sarebbe rivelata fatale. La vittima era infatti crollata a terra priva di sensi, morendo poco dopo per un arresto cardiaco riflesso, causato dalla compressione del glomo carotideo (un recettore nervoso situato nel collo).

Il nodo centrale del processo era tutto qui: la stretta al collo, un riflesso difensivo in una situazione di pericolo di vita, aveva innescato una reazione nervosa esorbitante e assolutamente atipica. La morte, hanno spiegato più volte i periti, non era stata causata da soffocamento o da lesioni gravi, ma da una combinazione fatale tra la pressione (peraltro modesta e di brevissima durata) e la particolare condizione di ipersensibilità del seno carotideo della vittima, dovuta all’abuso di cocaina e alcol.

“La manovra difensiva di strozzamento – si legge nella sentenza della Cassazione – non aveva provocato alcun meccanismo asfittico, innescando invece una reazione nervosa esorbitante a cagione dello stato di ipersensibilità della vittima”. I consulenti del pubblico ministero avevano, inoltre, evidenziato come fosse impossibile per una persona priva di specifiche cognizioni scientifiche individuare quella precisa sede anatomica.

La parte più rilevante della sentenza è quella di diritto. La Corte d’assise d’appello, pur assolvendo Patrizia per legittima difesa, aveva comunque riconosciuto che la sua condotta integrasse il reato di omicidio preterintenzionale, aderendo all’orientamento giurisprudenziale prevalente detto “dell’intenzione di risultato”. Secondo questa tesi, per rispondere di omicidio preterintenzionale è sufficiente aver agito con il dolo di percuotere o ledere, mentre l’evento morte più grave viene assorbito dalla norma a titolo di responsabilità oggettiva, essendo considerato “implicitamente prevedibile” dalla violenza stessa.

La Cassazione ha, invece, scelto di aderire a un nuovo, seppur già embrionale, indirizzo interpretativo. “L’elemento psicologico dell’omicidio preterintenzionale – scrivono i giudici – è una combinazione tra dolo, per il reato di percosse o lesioni, e colpa in concreto, per l’evento mortale”. Tradotto: non basta aver voluto dare un pugno. Per essere condannati, il giudice deve dimostrare che l’imputato poteva concretamente prevedere, in quel preciso momento e in quelle specifiche circostanze, che la sua condotta potesse causare la morte della vittima.

Nessuna presunzione assoluta, dunque. La Suprema Corte ha bocciato come incostituzionale l’automatismo che lega la violenza alla morte, definendolo “un meccanismo di imputazione di natura sostanzialmente oggettiva” e in contrasto con il principio di colpevolezza.

Applicando questo nuovo principio al caso concreto, i giudici hanno rilevato una “motivazione debole” nella sentenza d’appello, che pur avendo assolto l’imputata, non aveva adeguatamente argomentato sulla prevedibilità dell’evento.

Per la Cassazione, sono emerse chiare evidenze contrarie alla colpa: la breve durata della pressione, la modesta intensità della forza usata, l’assenza di segni di soffocamento o lesioni gravi sul collo della vittima, e soprattutto l’imprevedibilità della reazione cardiaca, favorita dallo stato di alterazione psicofisica del De Paoli. “Non potendosi sostenere che l’imputata fosse in possesso di cognizioni specialistiche anatomiche, sapendo quindi di poter attingere proprio a quel recettore”, si legge nella sentenza.

La Corte ha, quindi, ribadito un principio destinato a fare giurisprudenza: per condannare per omicidio preterintenzionale non basta la violenza; occorre che “tutte le circostanze del caso concreto rendessero l’evento morte conseguenza prevedibile della condotta di base dolosa”.

Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile anche il ricorso della difesa dell’imputata (che chiedeva una formula di assoluzione piena), ma per un difetto di interesse: Patrizia, infatti, era già stata assolta “perché il fatto non costituisce reato” grazie alla legittima difesa, riconosciuta sia in primo sia in secondo grado. Una formula che la mette al riparo da qualsiasi conseguenza risarcitoria in sede civile ai sensi dell’articolo 2044 del codice civile, che esclude l’ingiustizia del danno quando il fatto è compiuto nell’esercizio di un diritto.

Il procuratore generale aveva, invece, sostenuto l’insussistenza della legittima difesa (mancanza di proporzionalità e possibilità di fuga), ma la Cassazione ha bollato i suoi rilievi come “fortemente rivalutativi e fattuali”, ribadendo che i giudici di merito avevano correttamente valutato la situazione: per l’imputata, data la notte, la pioggia, la zona isolata e la maggiore prestanza fisica dell’aggressore, la reazione era “l’unica possibile”.

La sentenza chiude così definitivamente il caso e, al contempo, introduce un innovativo principio di diritto che promette di rivoluzionare il futuro dei processi per omicidio preterintenzionale in Italia.

“Leggiamo con soddisfazione la motivazione della sentenza della V sezione penale Cassazione, che con articolato percorso argomentativo conferma l’assoluzione di Patrizia Pinheiro, ritenendo in primo luogo la piena sussistenza della difesa legittima, insindacabile in sede di legittimità – affermano gli avvocati Francesco Gatti e Fabio Basile – ed aggiungendo per 20 pagine le ragioni per cui Patrizia sarebbe dovuta essere assolta in appello anche per difetto di colpevolezza in ordine all’omicidio preterintenzionale”.


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