Friuli Venezia Giulia

No xe storie | “Il Principe d’Egitto” incorona Trieste capitale del musical

16 maggio 2026 – ore 06:30 – Il rischio, a Trieste, è sempre quello di abituarsi troppo in fretta alle cose straordinarie. Succede con il mare, succede con la bora, succede adesso con il Rossetti. Eppure ciò che si è visto ieri sera con Il Principe d’Egitto non ha nulla dell’ordinario. Sul palco del Politeama è arrivato un allestimento da grande capitale europea: oltre cinquanta artisti in scena, orchestra dal vivo, scenografie monumentali, effetti speciali, illusioni teatrali, macchine sceniche imponenti, luci e suono costruiti con precisione cinematografica. Un musical che nasce dal celebre film DreamWorks del 1998 prodotto dalla casa di Steven Spielberg e che porta la firma di Stephen Schwartz, compositore premio Oscar per Pocahontas, Il Gobbo di Notre Dame e Wicked. La regia italiana è di Federico Bellone, uno dei nomi più autorevoli del musical europeo contemporaneo. La storia è nota, ma continua a possedere una forza antica: Mosè salvato dalle acque del Nilo, cresciuto come principe d’Egitto accanto a Ramses, fino alla scoperta delle proprie origini e alla scelta di guidare il popolo ebraico verso la libertà. Il conflitto tra i due fratelli diventa scontro fra potere e coscienza, fra dominio e liberazione. Dentro quella vicenda biblica resta intatta una domanda profondamente moderna: che cosa siamo disposti a perdere per restare fedeli a noi stessi?

Il Principe d’Egitto, Rossetti Trieste, musical, Paolo Valerio, Stefano Curti, Federico Bellone, Broadway Italia

Il musical debuttò nel West End londinese nel 2020, dopo anni di sviluppo internazionale seguiti direttamente dalla DreamWorks Theatricals. La nuova versione italiana, prodotta da Broadway Italia, nasce con l’ambizione dichiarata di superare perfino l’impatto scenico dell’originale inglese. E bisogna riconoscere che l’obiettivo, almeno sul piano visivo ed emotivo, è stato centrato. Riccardo Maccaferri costruisce un Mosè intenso e tormentato, mentre Lorenzo Tognocchi restituisce a Ramses una durezza tragica, quasi shakespeariana. Giulia Sol dona eleganza e forza a Tzipporah, Michelle Perera impressiona per presenza scenica e qualità vocale. Attorno a loro si muove una compagnia compatta, fisicamente poderosa, capace di sostenere scene corali di rara efficacia per gli standard italiani. Poi c’è la macchina teatrale. Ed è qui che il Rossetti dimostra ancora una volta di essere entrato in una dimensione diversa. Non si tratta più soltanto di ospitare spettacoli importanti. Il Rossetti oggi produce centralità culturale. I numeri raccontati pochi giorni fa durante la conferenza sulla stagione dei settant’anni dello Stabile parlano chiaro: quasi 277 mila presenze nel 2025, circa 15 milioni di euro di incasso lordo, oltre 470 rappresentazioni, tournée nazionali, record storici. Dati che nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe immaginato possibili per Trieste.

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Prima era arrivato The Phantom of the Opera, prima assoluta italiana nel 2023. Poi Les Misérables – The Arena Musical Spectacular nel 2024. Nel frattempo il Cirque du Soleil ha trasformato il Porto Vecchio in un polo internazionale dello spettacolo dal vivo, con decine di migliaia di biglietti venduti. Adesso Il Principe d’Egitto consolida ulteriormente una traiettoria chiarissima. Dietro tutto questo non esiste il caso. Esiste il lavoro. Esiste la visione di Paolo Valerio, capace di intuire che Trieste potesse diventare un crocevia europeo del grande musical. Ma soprattutto esiste il lavoro quasi ostinato di Stefano Curti, vero architetto organizzativo di questa rivoluzione silenziosa. Da anni costruisce rapporti internazionali, tratta con le grandi produzioni del West End e di Broadway, porta a Trieste titoli che fino a poco tempo fa sembravano destinati soltanto a Londra, Milano o New York. Non è un caso se il Rossetti è diventato il primo teatro italiano ammesso nella Broadway League, l’associazione che riunisce i grandi produttori di Broadway e assegna i Tony Awards. Un riconoscimento arrivato direttamente dagli ambienti più prestigiosi del teatro mondiale, sostenuto perfino da realtà come la Really Useful Company di Andrew Lloyd Webber e dal produttore Cameron Mackintosh.

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Curti ha avuto il merito raro di capire prima di altri che il musical non fosse intrattenimento minore, ma una grande industria culturale capace di generare pubblico, economia, turismo e prestigio internazionale. Dietro ogni debutto di questi anni c’è stata una visione manageriale lucida, paziente, internazionale, che ha trasformato il Rossetti in una piazza riconosciuta e rispettata ben oltre i confini italiani. Accanto a lui resta fondamentale la guida del presidente Francesco Granbassi, dentro una stagione che sta portando il teatro nel momento più forte della sua storia recente. Naturalmente qualche interrogativo resta. Quanto potrà durare questa età dell’oro? Quanto sarà sostenibile continuare ad alzare l’asticella? Trieste saprà davvero accompagnare questa crescita oppure continuerà a guardarla con quella diffidenza tipica delle città che temono il successo quasi quanto il fallimento? Domande legittime. Ma ieri sera contava altro. Contava il pubblico in piedi. Contavano gli applausi lunghi, sinceri. Contava quella sensazione rarissima di assistere a qualcosa di grande senza dover prendere un aereo per Londra o Milano. Contava l’emozione autentica di una sala piena, partecipe, viva. Per una sera, almeno, Trieste non è sembrata una città ai margini. Sembrava esattamente ciò che il Rossetti sta cercando di farle diventare: un centro culturale capace di parlare all’Italia e all’Europa senza complessi d’inferiorità. E forse il vero miracolo non è l’apertura del Mar Rosso. È vedere un teatro pubblico riuscire ancora a creare stupore.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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