New York is noise again

Nessuna nostalgia. Nessun inutile desiderio di riavvolgere il nastro e tornare indietro. Piuttosto, un modo diverso di recuperare un’attitudine urbana, inquieta e meticcia, affidandola a una musica che non sente alcuna necessità di tracciare confini e che, proprio per questo, continua a mescolare distorsioni e melodie, shoegaze e post-punk, art-rock e psichedelia, new wave e sperimentazione. Una traiettoria irregolare lungo la quale ritmiche meccaniche, chitarre oblique e feedback restituiscono ai suoni una fisicità, un corpo, persino una carne, evocando lo spirito della no-wave e quella sua antica intuizione del rumore come forma estrema di espressione artistica.
New York pulsa ancora. Pulsa di sensibilità pop e reminiscenze hip-hop, di chitarre che sembrano sul punto di spezzarsi e macchine che imparano a sanguinare. L’elettronica attraversa il punk e lo trasforma in qualcos’altro, in un linguaggio digitale, nervoso e contemporaneo, capace di interrogare le coscienze, svuotare le esistenze di tutto ciò che è superfluo e restituire alle giornate una vitalità che sembrava essere stata lentamente consumata dall’abitudine, dall’omologazione, dalla velocità.
E non accade solamente nel Queens o a Brooklyn. Accade ovunque queste band riescano a trasportare il proprio messaggio: dolce e distorto, fisico ed energico, intimo e politicamente inquieto. Una musica inevitabilmente immersa nelle contraddizioni della situazione geopolitica contemporanea, voce frammentata di una collettività che non si sente più rappresentata, che fatica a riconoscersi negli schemi proposti e che, proprio per questo, rivendica ostinatamente il proprio spazio. Lo fa guardando alla metropoli nella quale vive, alla città scelta come luogo di residenza espressiva ed emotiva, ma anche osservando ciò che accade oltre i suoi edifici, oltre i ponti, oltre l’Hudson e l’East River. Perché quella stessa attitudine alla libertà, alla contaminazione, alla possibilità di essere altro rispetto a ciò che qualcuno vorrebbe imporci, viene ancora derisa, marginalizzata e, a determinate latitudini, persino perseguitata, criminalizzata e colpita.
New York diventa, allora, uno spaccato del mondo intero.
Beat che colpiscono, reclamano, rivendicano. Chitarre che chiedono verità e giustizia, determinazione e autonomia. Corpi che pretendono di poter scegliere per sé stessi, soprattutto rispetto a quelle libertà che i nuovi movimenti reazionari tentano, sempre più apertamente, di egemonizzare, controllare, limitare o boicottare, proponendosi, di volta in volta, come dispotiche voci della ragione, della democrazia, della legalità o persino di Dio. Nomi differenti dietro i quali, troppo spesso, si nasconde la medesima antica violenza.
Quella stessa violenza, probabilmente, che in altre epoche rendeva insofferenti i Television e i Suicide, i Velvet Underground e i Sonic Youth. Musicisti differenti, epoche differenti, linguaggi differenti, ma una medesima incapacità di accettare, passivamente, il mondo così come viene consegnato, confezionato e raccontato. Perché il rumore, quando tutto intorno pretende silenzio e obbedienza, può diventare anche una forma di resistenza. E allora non importa davvero da dove provengano i singoli musicisti. New York non è una questione anagrafica e nemmeno geografica. È l’organismo umano, percettivo, rumoroso ed emotivo che li mette in contatto. È qualcosa che respira attraverso di loro, nutrendone tanto i sogni quanto gli incubi, per poi scolpirli contro il cielo con chitarre e synth, dissonanze e campionamenti, melodie fragili e suoni abrasivi.
È una città che continua a comporsi e decomporsi dentro piccoli e grandi club, case, appartamenti, scantinati, sale prove, spazi indipendenti e locali nei quali qualcosa continua, ostinatamente, ad accadere. Luoghi dove ciò che inizialmente apparteneva soltanto a qualcuno — un’idea, una rabbia, una paura, un desiderio, un’aspirazione personale — incontra improvvisamente qualcos’altro e smette di essere solitudine.
Diventa condivisione. Diventa appartenenza. Diventa un’onda collettiva. E forse è proprio questo il suono più autentico di New York: una città che cambia continuamente pelle, divora ciò che è stata e lo restituisce sotto nuove forme, permettendo a generazioni differenti di perdersi e riconoscersi nello stesso immenso rumore. Nessuna nostalgia, dunque. Soltanto New York che ricomincia, ancora una volta, a fare rumore.
Il rumore dei Been Stellar, dei Gustaf, dei Dead Touch, dei Lip Critic, dei Water From Your Eyes, dei Model/Actriz, dei YHWH Nailgun, dei Punchlove, dei Semaphore, dei Native Sun, dei Geese, dei Nation Of Language.
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