‘Ndrangheta, il potere di Platì e i rapporti con gli spioni di Equalize. L’ex pentito Romeo: “Tutti fanno capo a Rosario Barbaro. Sono i numeri uno”
La trascrizione dell’interrogatorio di un collaboratore di giustizia del 16 maggio 1996 e una sentenza d’Appello del 24 giugno 2026. Trent’anni esatti che rimettono oggi sul piatto il potere della ‘ndrangheta di Platì, gli interessi e i contatti che addirittura arriveranno sulla soglia dell’ufficio al quinto piano di un palazzo in via Pattari a Milano dove fino a poco tempo fa aveva sede la società Equalize e la sua centrale di dossieraggi illegali poi finita nel mirino della Procura. Ma se molto si è detto sugli accessi abusivi ai database del Viminale e dei report assemblati, secondo l’accusa, con notizie riservate dall’ex poliziotto Carmine Gallo e dall’hacker Samuele Sam Calamucci con la supervisione “consapevole” dell’ex presidente della Fondazione Fiera nonché azionista di maggioranza di Equalize, Enrico Pazzali, ben poco si sa di quei convitati di pietra che da Platì si sono seduti ai tavolini del bar Cimmino di piazza Fontana, anche grazie alla conoscenza con Gallo, discutendo di tutto, di affari e di sequestri di persona, di interessi di uno Stato deviato, di boss e di equilibri mafiosi. Sono quelli di Platì, di quel paese che già si annuncia in salita con la casermetta dei carabinieri sulla sinistra.
I Barbaro, i Papalia, i Perre, i Trimboli. Ma soprattutto i Barbaro, che comandano. Due di loro (ancora incensurati, ndr) li ritroviamo oggi imputati nel processo Equalize nel filone che riguarda una tentata estorsione con metodo mafioso. E del clan Barbaro, e di Rosario Barbaro, ritenuto dai magistrati a capo di Platì, parla diffusamente Annunziatino Romeo, altro imputato del processo Equalize, che fu collaboratore a partire dal 1995 e che un anno dopo, davanti all’allora magistrato Roberto Pennisi, registrò quel lungo interrogatorio rimasto inedito fino a quando, poche settimane fa, il pm di Milano Francesco De Tommasi lo ha depositato nel processo milanese. Non un verbale, ma la trascrzione di un interrogatorio registrato che pur con data e luogo di svolgimento, non risulta controfirmato né dal pm né dall’allora pentito. Tanto che Romeo, sentito recentemente in aula a Milano e ancora prima a Reggio Calabria durante il processo ‘Ndrangheta stragista, quel verbale lo ha rinnegato addirittura sostenendo che a parlare non è lui, o ancora dicendo di non ricordare. Così ai magistrati è sorto il sospetto che sia stato minacciato. Che sia lui, l’accusa non ha dubbi. E del resto, trent’anni dopo, quella sentenza di secondo grado conferma in parte le parole di Romeo. Perché il 24 giugno la Corte d’Appello di Reggio Calabria, pur con uno sconto di pena, ha condannato (non in via definitiva) Rosario Barbaro a 12 anni per associazione mafiosa in quanto “esponente di vertice della ‘ndrangheta e segnatamente del locale di Platì” come emerge dall’indagine Saggezza. Per inciso Rosario Barbaro è il padre di Pasquale Barbaro (incensurato), oggi imputato nel processo Equalize rispetto alla tentata estorsione.
Ed ecco perché oggi quel verbale del 1996 torna di stringente attualità per capire il vero potere di Platì. “Io – inizia Romeo nel 1996 davanti al pm Pennisi negli uffici della Dia di Milano – ero inserito nell’organizzazione facente capo a Saverio Morabito e ai fratelli Sergi di Platì che operavano a Corsico. Ero collegato con Rosario Barbaro, ero il suo factotum. Rosario Barbaro lo chiamavamo Rosi da Massara, il titolare del ristorante che c’è a Platì, ero collegato principalmente con lui, con Saverio Barbaro U Pillari, con Giuseppe Barbaro U Nigru, con Giuseppe Perre u Maistru. Loro formavano un gruppo stabile. Perché se non lo sa glielo dico io, il locale di Platì era il numero uno in Calabria”. Romeo però oggi nega di aver detto quelle parole. Nell’ultima udienza Equalize davanti alle domande del pubblico ministero ha negato anche i rapporti con Rosario Barbaro, dicendo di non aver mai fatto il suo autista.
Insomma Romeo oggi cambia versione. Seppur quello stesso racconto del 1996 in parte lo ha ripetuto nel 2022 davanti all’avvocato di Carmine Gallo rispetto all’incarico ricevuto dallo stesso ex poliziotto per capire se un fornitore di Eni fosse o meno legato alla ‘ndrangheta. In quel frangente Romeo dice: “La mia collaborazione si era incentrata sui reati commessi dal gruppo Sergi-Papalia e dalla cosca di Platì che si era trasferita a Corsico”. Quindi dopo aver ammesso “la sua familiarità con la ‘ndrangheta” spiega che la sua collaborazione “non ha mai recato alcun danno alla cosca di Platì in Aspromonte”. In realtà quella trascrizione del 1996 si concentra proprio sulla Calabria e forse per questo Romeo rinnega le parole che i pm gli attribuiscono. Così tenendo a mente l’ultima condanna (non definitiva) a Rosario Barbaro e gli interessi della cosca negli affari di Equalize, le parole di Romeo di allora oggi suonano esplosive perché mettono sul piatto non solo la ‘ndrangheta, ma anche la politica, la massoneria e la magistratura. Insomma un “bel vaso di rose” come lo definisce uno dei coimputati di Rosi Barbaro.
“A Platì – riprende la trascrizione di Romeo – ci sono quattro famiglie però fanno tutti capo a Rosario Barbaro”. Quindi fa il nome di un soggetto, fratello di un noto ex generale dei carabinieri, che chiameremo X e che Romeo definisce “uno dei massimi esponenti della politica in Calabria e, proprio per questo voleva che Platì prendesse la leadership della ‘ndrangheta di tutta la Calabria”. L’accordo, stando a quella trascrizione, era stato preso con la Camera di Platì, il massimo vertice, composto “da Rosi Barbaro, Peppe u Nigru e Domenico Papalia”. Di quest’ultimo, Romeo spiega: “Domenico Papalia non solo è rappresentante della sua famiglia, è il rappresentante nazionale della ‘ndrangheta lui è il massimo uomo che ha la ‘ndrangheta in tutto il territorio nazionale, è lui il cervello”. Ecco perché quelli di “Platì sono sempre stati i numeri uno. Il più compatto prima di tutto, il più prestigioso perché avevano X e Domenico Papalia e quindi avere un locale sotto a sua disposizione per X significava tanto . Qualsiasi cosa lui voleva fare si rivolgeva a Platì ed era fatta senza ombra di dubbio”.
Quindi Romeo si fa testimone di incontri riservati ai cui tavoli sedeva la massoneria della Locride “perché – dice – godevo di una posizione molto privilegiata, essendo molto vicino a Rosario Barbaro. E loro facevano la riunione mensile ad Africo, quelli della zona nostra della Locride, peroò tutto quello che veniva deciso dentro lì, dopo venivano portati a Reggio Calabria, erano i rappresentanti di questa massoneria, si riunivano da Don Stilo una volta al mese e decidevano le strategie che si dovevano fare”. Anche X, il fratello dell’ex generale dei carabinieri, “era massone e quello era il suo obiettivo, prendere tutta la strategia in mano lui e fare di Platì l’epicentro della ‘ndrangheta in Calabria. Perché lui aveva appoggi politici, appoggi in magistratura, era una persona molto importante. Un gruppo famigliare, una ‘ndrangheta, un locale, anche se forte, come numero ed economicamente, se non ha l’appoggio in politica, può fare ben poco”. E tutto questo porta dei vantaggi, tenersi buono un soggetto come X vuol dire, spiega Romeo, “sapere se c’erano delle indagini, se c’erano dei procedimenti aperti”. Si diceva: tutto il potere di Platì. Ieri come oggi.
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