‘Ndrangheta e biomasse, perché il cippato “fuori quota” non è rifiuto: dal cartello dei boss alle assoluzioni
I motivi delle assoluzioni nel processo Black Wood sulle infiltrazioni mafiose nel settore delle biomasse, il cippato e la natura del rifiuto
CROTONE – Non basta violare le norme fiscali, superare i limiti di taglio o trasportare legname senza la tracciabilità in regola per trasformare il cippato in un rifiuto. Con un netto paletto di diritto esposto nelle motivazioni della sentenza del processo “Black Wood”, depositate a tre mesi dalla lettura del dispositivo, il Tribunale penale di Crotone (presidente Edoardo D’Ambrosio, a latere Vincenzo Corvino e Giulia Crisci) ha spiegato perché è caduto per oltre 50 imputati l’impianto accusatorio della Dda di Catanzaro sul presunto traffico illecito di rifiuti legato alle centrali a biomasse del Crotonese. Un vizio d’impostazione teorica, quello dell’accusa, che secondo il Collegio ha confuso le irregolarità formali e tributarie con il reato ambientale, incorrendo in una «sovrapposizione concettuale» e in un «inammissibile sillogismo».
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La filiera del legno e la natura del rifiuto
Nelle oltre 700 pagine di motivazione, i giudici analizzano a fondo la filiera del legno, dalla compravendita dei lotti boschivi con scritture private non registrate o accordi verbali fino al conferimento negli impianti, per contestare il teorema della Procura. La fattispecie di cui all’articolo 452-quaterdecies del codice penale richiede la presenza contemporanea di entrambi i requisiti: la condotta abusiva e la natura di rifiuto del materiale. I giudici bocciano anche l’assunto del pm secondo cui «tutto ciò che non è sottoprodotto è rifiuto». «Tale conclusione sconta un inammissibile sillogismo. Il cippato da destinare alle centrali di biomasse per la produzione di energia elettrica in taluni casi costituiva proprio lo scopo primario del processo produttivo dell’impresa, costituendo, dunque, un prodotto».
L’eccezione Fke e l’ombra della cosca di Mesoraca
La linea del Tribunale cambia radicalmente, invece, di fronte alla condotta della Fke sel, la ditta boschiva riconducibile alla famiglia del boss di Mesoraca, Mario Donato Ferrazzo, condannato a 18 anni e 6 mesi, gestita insieme al figlio Francesco e al ragioniere Francesco Trocino. Qui non si trattava di meri cavilli amministrativi, ma di truffe e frodi ambientali documentate da appostamenti, intercettazioni e analisi tecniche. Il legname vergine veniva sistematicamente miscelato con sabbia, palme, foglie d’olivo e scarti non consentiti, per poi essere scaricato proprio nell’impianto di Cutro, individuato come il terminale per il materiale più scadente. Un affare strategico per la criminalità organizzata, come confermato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giuseppe Liperoti, Carmine Venturino, Salvatore Muto e Domenico Pace, ma anche da storiche captazioni dei vertici mafiosi.
Il boss Grande Aracri: «Dobbiamo mangiare tutti quanti»
Nelle carte della sentenza riaffiorano i dialoghi intercettati nel 2012 a carico del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, intento a concertare la spartizione dei profitti del cippato e dei trasporti – anche navali presso il porto di Crotone – con gli esponenti delle altre cosche dell’area. Il procuratore Domenico Guarascio lo aveva precisato bene. Sentito interloquire con esponenti dei clan di Belvedere Spinello, Mesoraca e Crotone, il capomafia teorizzava la necessità di un cartello unico per evitare scompensi. «Siamo una murra. Ho messo nel mezzo crotonesi, mesorachesi, cutresi. Siamo tutti noi. Dobbiamo guadagnare tutti quanti. Dobbiamo mangiare quanti».
Una regia criminale che tuttavia, per la stragrande maggioranza delle ditte, degli autisti e dei proprietari delle centrali finite a processo (a partire dal gruppo Serravalle), si è arrestata di fronte alla mancanza di prove o alla riqualificazione dei reati, lasciando in piedi la responsabilità penale solo per il nucleo duro dell’impresa dei Ferrazzo e per l’imprenditore boschivo Pasquale Spadafora.
Il capitolo Serravalle: crollano le accuse per entrambi i “rami”
Un passaggio chiave riguarda la posizione dei due distinti rami della famiglia Serravalle, per i quali l’impianto accusatorio è totalmente crollato con l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» e la cancellazione dell’aggravante mafiosa. Per il “Ramo Montezemolo” – rappresentato dagli imprenditori Carmine e Domenico Serravalle, proprietari della Serravalle Energy s.r.l. che nel 2015 rilevarono la centrale a biomasse di Cutro dal gruppo Marcegaglia – i giudici hanno smontato il presunto asservimento dell’impianto alle cosche. Il pentito Giuseppe Liperoti, che aveva parlato di accordi per il cippato, è incorso secondo i giudici in un doppio abbaglio. Ha scambiato il proprietario della centrale con un omonimo (Carmine Serravalle, cl. ’69, detto “l’Orso”, titolare di una segheria) e ha collocato le presunte ingerenze nel 2014, quando la struttura era ancora gestita dalla vecchia proprietà.
Inoltre, la centrale di Cutro era dotata di tre livelli di sbarramento e controllo tecnologico (visivo, meccanico con vaglio e di laboratorio sulle ceneri) che impedivano l’ingresso di rifiuti, escludendo qualsiasi danno ambientale o complicità nei conferimenti illeciti della Fke dei Ferrazzo.
Condotte abusive, non traffico di rifiuti
Uguale sorte è toccata al “Ramo Pallino”, rappresentato dagli imprenditori boschivi Domenico e Salvatore Serravalle. Sebbene l’istruttoria abbia fatto emergere pesanti irregolarità nei tagli eseguiti tra la Sila e l’Alto Jonio – con volumi estratti nettamente superiori ai limiti del 20% autorizzati nei boschi Stamato, Ruina e Acciardi – e l’uso di documentazione “d’appoggio” per giustificare le forniture verso le centrali Enel e Serravalle Energy, il Tribunale ha ribadito che il legname “fuori quota” non diventa un rifiuto. Mancando la prova della presenza di materiale contaminato o della volontà di disfarsi di scarti, le violazioni amministrative e il superamento delle quantità autorizzate rendono la condotta abusiva sul piano formale, ma non configurano il presunto traffico illecito di rifiuti.
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