Naufragio di Cutro, l’ammiraglio: «Che vi costava chiamare per chiedere se c’era bisogno di aiuto?»
Prosegue la deposizione dell’ammiraglio Carannante nel processo sul naufragio di Cutro: «Cosa vi costava una chiamata?»
CROTONE – «Cosa vi costava fare una chiamata? Bisognava contattare l’imbarcazione, anche se non se ne conosceva il nome (Summer Love, ndr), per chiedere se avesse bisogno di aiuto». È soltanto una delle falle nei soccorsi individuate dall’ammiraglio in pensione Salvatore Carannante, teste del pm nel processo per la strage di Cutro del febbraio 2023. Il controesame del super perito si è protratto per quasi sei ore nella seconda udienza a lui dedicata nell’ambito del processo che dovrà far luce su eventuali responsabilità di sei ufficiali imputati per il naufragio in cui morirono un centinaio di migranti. Un processo che interroga la coscienza collettiva e le politiche migratorie.
FALLE NEI SOCCORSI
Se, alla precedente udienza, a sollevare quesiti è stato soprattutto il pm Matteo Staccini, stavolta le parti civili, i difensori e, a un certo punto, anche il presidente del Tribunale penale, Alfonso Scibona, hanno incalzato il vecchio lupo di mare. Il punto cruciale della sua testimonianza è rappresentato dalle valutazioni sulle omissioni contestate agli imputati. Ad esempio, quando uno dei difensori, l’avvocato Tiziano Saporito, ha chiesto al teste da dove ricavasse il rifiuto, da parte della Guardia di finanza, della collaborazione offerta dalla Guardia costiera, l’ammiraglio è stato molto chiaro.
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LA TELEFONATA INCRIMINATA
La telefonata “incriminata” è quella tra l’operatore della Sala operativa della GdF di Vibo Valentia e gli operatori del V M.R.S.C. di Reggio di Calabria. Nella conversazione, l’operatore della GdF rappresenta che i suoi colleghi avrebbero gestito la segnalazione come intervento di polizia. Inoltre, “mare permettendo”, avrebbero atteso l’arrivo del target sotto costa, impiegando la vedetta “5006” già in servizio programmato. “Per il momento è un’attività di polizia che stiamo valutando noi. La nostra vedetta, la 5006, l’attenderà… mare permettendo». L’operatore della Guardia costiera, dopo avere riferito che il target navigava regolarmente e precisava di non aver nessuna unità in mare, dava disponibilità, secondo la ricostruzione accusatoria, per un eventuale ausilio in caso di necessità facendo intervenire le unità navali di stanza a Roccella e Crotone. «Io posso avvisare Roccella e Crotone nel caso in cui a voi dovesse risultare», diceva.
RIFIUTO DI COLLABORAZIONE
«Risultare cosa», ha chiesto il legale? «Risultare necessario», la risposta lapidaria del consulente della Procura di Crotone che ha analizzato in questi termini lo scambio di comunicazioni tra sale operative. «C’è un’offerta collaborazione. Ma qualcuno dice che è un’attività di law enforcement. “Se abbiamo necessità ti ricontattiamo”. Quindi, qualcuno ha ritenuto non utile e necessario l’impiego di motovedette della Capitaneria».
POLICE E SAR
L’accusa ruota attorno alla distinzione tra operazione Police (polizia) e Sar (ricerca e soccorso). Secondo la Procura, l’evento doveva essere classificato come Sar sin dal primo momento, nonostante l’assenza di una chiamata di soccorso esplicita. Le difese degli ufficiali sottolineano come, in base alle informazioni in loro possesso, si trattasse di un’operazione di contrasto al traffico di migranti. La testimonianza di Carannante si inserisce in un contesto volto ad appurare responsabilità i ruoli di coordinamento. Una delle cose da chiarire è perché le motovedette classe 300 (inaffondabili) della Guardia costiera siano rimaste agli ormeggi. Si capisce perché sia così rilevante processualmente l’aspetto sviscerato dall’ammiraglio quando afferma che «non c’è stato il ri-contatto».
NESSUNA RICHIESTA A NAVI IN TRANSITO
Su quel passaggio, “tempo permettendo”, il teste si è soffermato con particolare vigore nel corso dell’udienza. Rispondendo all’avvocato Natale Polimeni, ha osservato che «l’ufficiale d’ispezione avrebbe potuto mettere in campo l’attività Sar, cominciando a chiedere alle navi in transito se individuano l’imbarcazione». Secondo il teste, si era in una fase di Incerfa, uno stato di incertezza della navigazione. «L’operazione di law enforcement era messa in dubbio da quel “tempo permettendo”. L’operatore della Guardia costiera avrebbe dovuto chiedere se l’operazione di law enforcement stava proseguendo. Doveva chiedersi se chi era mare navigava in tranquillità».
BACCHETTATE AI RADARISTI
Bacchettate anche ai radaristi e, soprattutto, ai loro superiori. Un’obiezione mossa dall’ammiraglio nel corso della precedente udienza era il mancato monitoraggio occulto. Carannante ha rincarato la dose rispondendo alle domande degli avvocati dello Stato Antonio Trimboli e Luca Matarese, intervenuti in rappresentanza dei ministeri di Economia e Infrastrutture citati come responsabili civili. «I due radar a disposizione vanno a 90 miglia, ma erano settati a 12 miglia. L’operatore radar deve monitorare il bersaglio in base agli ordini dei superiori. Deve saper fare il suo mestiere. Se è là soltanto per guardare là dentro e inserire coordinate allora è un mero osservatore, non un radarista. Così non avrebbe potuto rilevare neanche la più grande nave da crociera del mondo. I superiori prima di mettere in servizio i radaristi devono verificare se questi hanno competenze».
«IL RADARISTA NON HA FATTO NIENTE»
I falsi positivi? «Vanno valutati anche quelli. L’importante – ha detto ancora Carannante in aula – è non superare una certa soglia. Si chiede all’operatore di guardare la telecamera che in quel momento non funzionava. Quindi che faceva? Niente. Non ha neanche segnato le battute sul registro».
Altri quesiti posti al super consulente hanno riguardato il caicco. Il teste, rispondendo al difensore Leone Fonte, non è stato in grado di riferire se i traffici di migranti avvengano con l’utilizzo di queste imbarcazioni, che, ha ammesso, spesso vengono impiegati a fini turistici. Rispondendo, invece, all’avvocata di Sara Assicurazioni Veronica Campagna, che chiedeva se quella naufragata a Cutro fosse un’imbarcazione costruita artigianalmente, ha affermato di non essere in grado di rispondere poiché il natante era andato interamente distrutto dopo il naufragio
MARINA NON AVVISATA: NON TOCCAVA AGLI IMPUTATI
L’avvocata di parte civile Francesca Cancellaro ha evidenziato la mancanza di comunicazioni alla Marina Militare. Ma, ha obiettato il teste, «non erano gli imputati a dover fare questo tipo di comunicazioni. Inoltre, la Marina non aveva mezzi in zona durante l’emergenza». Intervenendo sempre in rappresentanza di alcune parti civili, l’avvocata Lidia Ricchio ha sollevato quesiti su alcuni elementi emersi grazie al video di Frontex che aveva avvistato il Summer Love in acque internazionali. «Se fossi stato io alla guida – ha detto Carannante – mi sarei diretto verso il primo porto sicuro per non far soffrire le persone a bordo e salvaguardare l’imbarcazione. Lo scafista va, invece, dove è possibile spiaggiare». La direzione era Le Castella. «La rotta che ho calcolato corrisponde a quella di cui si parla nella chat della Guardia di Finanza», ha detto ancora ul teste.
«COSA COSTAVA ALLA MOTOVEDETTA USCIRE?»
Buona parte dell’udienza, anche stavolta, è stata dedicata ai tracciati radar e alle condizioni meteo-marine. Carannante ha sì spiegato i dati della forza del mare, della visibilità, del vento percepito. Ma ha cercato di ricostruire anche quello che non risulta dai rapporti di servizio. «Mi metto nei panni dei comandanti e degli ufficiali delle sale operative. I grafici li ho visti anche io. Ma loro dovevano fare valutazioni sulle condizioni meteo in base ai bollettini». Una serie di interrogativi restano in piedi, secondo quel vecchio lupo di mare. Uno recita così. «Cosa costava alla motovedetta della Guardia di finanza uscire e andare a vedere? Avrebbe evitato anche al pattugliatore di uscire». A quegli interrogativi dovranno cercare di fornire risposte i giudici chiamati a emettere una sentenza molto attesa.
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