Morte di David Rossi, il pentito Cortese potrebbe svelare il mistero del codice
Il pentito Cortese audito dalla Commissione d’inchiesta che indaga sulla morte di David Rossi, verso il sopralluogo a una filiale di Viadana
CUTRO – Potrebbe essere il pentito Salvatore Cortese a fare luce sul mistero del codice che danza tra i faldoni dell’inchiesta sulla morte di David Rossi da 13 anni. Quel codice, il 4099009, per lungo tempo è rimasto una stringa numerica isolata. Fu rinvenuto la sera del 6 marzo 2013 nella memoria del cellulare dell’allora capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, poco dopo che il suo corpo si schiantasse sull’asfalto. Per anni è rimasto un fantasma informatico indecifrabile. Oggi, quel numero sembra avere finalmente un indirizzo fisico e un caveau. Spunta un testimone pronto a portare i commissari parlamentari per mano in una banca di Viadana in cui gli esponenti della ‘ndrangheta «facevano quello che volevano». Quel testimone è un ex killer della ‘ndrangheta.
L’audizione protetta di Salvatore Cortese, ex braccio destro del boss ergastolano Nicolino Grande Aracri, potrebbe aver segnato un punto di svolta nei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta. Non si parla più soltanto di proiezioni balistiche o video di sorveglianza manipolati, ma di un intreccio finanziario che lega la città del Palio alla provincia mantovana passando per Cutro, casa madre della cosca dominante in Emilia e in parte del Veneto e della Lombardia.
La banca della “famiglia”
Il dettaglio più inquietante emerso dalle dichiarazioni di Cortese non riguarda soltanto i direttori di filiale “compiacenti”, come li ha definiti, ma la gerarchia del clan. Secondo il collaboratore di giustizia, quella specifica banca di Viadana non era un ufficio qualunque, ma il terminale finanziario dei vertici della famiglia Grande Aracri.
«La filiale era utilizzata dai nipoti del boss, i referenti diretti dello zio». Cortese ha fatto i nomi di Salvatore Grande Aracri e Girolamo Rondinelli. Erano loro, secondo il pentito, a gestire i rapporti e a usufruire dei servizi della banca mantovana. Non si trattava di infiltrazioni sporadiche: dai Pugliese ai Muto ai Vertinelli, gli imprenditori di riferimento della super-cosca cutrese gravitavano attorno a quei direttori compiacenti.
Occhi chiusi e serate al night
Cortese ha descritto una vera e propria “piattaforma bancaria” a disposizione della ‘ndrangheta, dove il cognome Grande Aracri apriva porte che per i normali cittadini restano sbarrate da controlli e burocrazia. «Quale direttore al mondo – si è chiesto Cortese – ti consente di prelevare 100 o 150 mila euro alla volta? Il favore era la liquidità al momento. Potevano fare quello che volevano: depositare, riciclare, prelevare. Il problema della ‘ndrangheta non è fare i soldi, ma riciclare». Un problema che quei direttori contribuivano a risolvere in cambio di regali, serate nei ristoranti o al night, sempre secondo Cortese.
Il Bancomat vivente
Il racconto di Cortese è uno spaccato brutale sulla trasformazione della mafia calabrese al Nord. Da «camionisti che puzzavano di fame» a padroni di un «impero» fatto di Ferrari, ville e una disponibilità di contante illimitata. Cortese ha riempito pagine e pagine di verbali sui “bancomat viventi” che le cosche spremevano e a loro volta traevano vantaggi dalle cosche. Ma il salto di qualità non sarebbe stato possibile senza i “direttori di banca compiacenti”.
«Pino Giglio chiamava il direttore: “Preparami 100mila euro”. Andavano e li prendevano. In 24 ore, senza garanzie». Non erano prestiti ufficiali, specifica il presidente Vinci, ma denaro contante che i direttori consegnavano agli affiliati per poi farlo rientrare in filiale “pulito” e senza tracciabilità. Un meccanismo di riciclaggio perfetto, grazie al quale la banca diventava il bancomat personale della cosca per pagare in nero cave, inerti e forniture, monopolizzando il movimento terra in Emilia Romagna attraverso l’evasione sistematica dell’IVA.
L’operazione saltata
Cortese ha ricordato un episodio emblematico della confidenza con i banchieri. Una volta, Pino Giglio tentò di aprire una nuova attività utilizzando una “testa di legno” portata dallo stesso Cortese. «Salii con mio zio Salvatore Procopio. Giglio mi disse di farmi aprire il conto corrente dai direttori amici». L’operazione però fallì per un intoppo tecnico: il ragazzo scelto come prestanome aveva un problema con una carta di credito e il sistema bloccò la procedura. Un paradosso: l’antiriciclaggio non vedeva i milioni della ‘ndrangheta, ma si fermava davanti a una segnalazione per una carta di credito.
La sfida del sopralluogo
Se il nome della banca sfugge ancora alla memoria dei verbali, non sfugge alla memoria visiva del collaboratore di giustizia. Cortese è stato netto con i commissari: sa dove si trova quell’istituto. «Viadana non è Roma o Milano», ha sottolineato, ricordando che in un centro così piccolo certi movimenti non passano inosservati.
Il pentito ha descritto l’istituto come una banca situata nel pieno centro di Viadana, caratterizzata da un ampio parcheggio adiacente. Cortese si è detto pronto, con l’ausilio e la protezione del Servizio centrale, a raggiungere il luogo per indicare ai commissari la porta che varcavano gli emissari della cosca Grande Aracri e di quelle alleate.
Il numero 4099009
È qui che l’inchiesta parlamentare sulla morte di Rossi si salda con l’inchiesta “Aemilia” e con quelle collegate che hanno fatto luce sulla colonizzazione mafiosa del Nord da parte della ‘ndrangheta di matrice cutrese. Perché il capo della comunicazione di MPS avrebbe dovuto avere il numero di un libretto al portatore riconducibile a quella specifica filiale della provincia mantovana? Aveva scoperto che i direttori della banca andavano a cena con i vertici della ‘ndrangheta? David Rossi non è più solo una vittima di una crisi finanziaria o di un presunto suicidio per depressione ma l’uomo che aveva in mano la chiave per scoperchiare il caveau delle cosche al Nord? Interrogativi suggestivi a cui è difficile rispondere. Il presidente della Commissione d’inchiesta è convinto che l’audizione sia stata fondamentale per comprendere come il contante fosse la linfa vitale dei clan nella Bassa. Ora l’obiettivo è incrociare quel numero 4099009 con i registri della filiale che Cortese si appresta a indicare.
La pista di Viadana
Perché, dunque, David Rossi avrebbe dovuto avere il numero di un libretto al portatore di una filiale di Viadana? La risposta potrebbe risiedere nel ruolo di Rossi come vertice della comunicazione e delle sponsorizzazioni di MPS. Proprio a Viadana, la banca senese era main sponsor della squadra di rugby locale. Ma il legame è più profondo. Le inchieste Aemilia e Grimilde hanno già dimostrato come il clan Grande Aracri avesse stabilito nel centro mantovano un crocevia di interessi, con conti correnti intestati a prestanome.
«Viadana è in mano nostra», dicevano gli uomini delle cosche nelle intercettazioni di anni fa. Cortese ha confermato questa egemonia, indicando una filiale specifica nel centro del paese, dotata di un ampio parcheggio, dove lui stesso si sarebbe recato per operazioni oscure. Il presidente della Commissione è stato chiaro al termine dell’audizione. «Sembra essere proprio la filiale del libretto riconducibile al numero trovato sul cellulare di Rossi».
Verso la verità
Se così fosse, il manager potrebbe essere entrato in possesso di una prova documentale di flussi finanziari illeciti che collegavano Siena al cuore finanziario della ‘ndrangheta al Nord.
La domanda che ora pende sui lavori della Commissione è semplice quanto atroce: David Rossi è morto per quello che sapeva su MPS o per quello che aveva scoperto sulla ‘ndrangheta che banchettava con i direttori di banca? La verità, forse, è custodita in quella filiale di Viadana con l’ampio parcheggio, dove i 100mila euro venivano consegnati con una telefonata.
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