Umbria

Morì dopo esame endoscopico, medico versa 58mila euro con rito abbreviato

di Daniele Bovi

Si chiude con il pagamento di 58 mila euro, pari alla metà della somma contestata, la posizione di uno dei due medici coinvolti nel caso della morte di un paziente avvenuta nel febbraio 2015 dopo una serie di complicazioni seguite a un esame endoscopico. La Corte dei conti dell’Umbria, con una sentenza depositata nelle scorse ore, ha dichiarato infatti definito il giudizio nei suoi confronti con il rito abbreviato, una procedura che consente di chiudere la causa versando un importo ridotto.

Il caso La vicenda, trattata di fronte alla Sezione giurisdizionale presieduta da Giuseppe De Rosa nel dicembre scorso, nasce dal decesso di un uomo di 68 anni, ricoverato alla fine del 2014 per problemi alla colecisti. Il 22 dicembre fu sottoposto a una colangiopancreatografia endoscopica, un esame utilizzato per diagnosticare e trattare patologie delle vie biliari e del pancreas. Durante la procedura si verificò una perforazione del duodeno. L’esame venne interrotto e una Tac confermò la lesione, rendendo necessario un drenaggio urgente. Nei giorni successivi le condizioni del paziente peggiorarono: comparvero pancreatite, infezioni e difficoltà respiratorie. Furono necessari altri interventi, ma il quadro clinico continuò ad aggravarsi fino al decesso, avvenuto il 4 febbraio 2015 per uno shock settico con insufficienza multiorgano.

Le richieste Dopo la morte, l’Azienda ospedaliera di Perugia, riconobbe agli eredi un risarcimento di 580 mila euro. È su questa cifra che si è basata l’azione della Procura regionale della Corte dei conti, che ha parlato di danno alle casse pubbliche causato da gravi errori dei sanitari coinvolti. La richiesta complessiva avanzata era di 522 mila euro: 406 mila nei confronti del medico che eseguì l’esame endoscopico e 116 mila nei confronti del sanitario che intervenne successivamente con il drenaggio biliare, poi complicato da una fistola. Secondo l’accusa, la perforazione non sarebbe stata una complicanza inevitabile, ma il risultato di un errore evitabile durante una procedura che non aveva carattere di urgenza. Da lì sarebbe partita la catena di eventi che portò alla morte del paziente.

Il patteggiamento La difesa ha sempre sostenuto che la perforazione è un rischio noto di questo tipo di esami e che, una volta emersa la difficoltà, la procedura fu subito interrotta. Nel corso dell’udienza poi gli avvocati avevano escluso un legame diretto tra l’esame e il decesso, attribuendo peso decisivo alla gestione clinica successiva. Uno dei due medici ha scelto però di chiudere la propria posizione con il rito abbreviato. Dopo il via libera della Procura contabile, il giudice ha fissato in 58 mila euro la somma da versare, pari al 50 per cento di quanto inizialmente contestato.

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