Mette sotto pressione i dipendenti e diffonde un ideale dannoso
Mentre la media lavorativa in Svizzera oscilla tradizionalmente tra le 41 e le 45 ore settimanali, il co-fondatore e amministratore delegato del marchio di abbigliamento sportivo On, Caspar Coppetti, rivendica di lavorarne il doppio. Il cinquantenne top manager elvetico, alla guida di un’azienda quotata a New York capace di generare lo scorso anno ricavi per oltre 3 miliardi di franchi (con un incremento del 30% sul 2024), dedica al lavoro 12 ore al giorno, 7 giorni su 7. Il che, calcolatrice alla mano, fa esattamente 84 ore di lavoro a settimana.
Le dichiarazioni e le 80 ore settimanali
La questione è emersa pubblicamente durante un intervento di Coppetti alla borsa di Zurigo, ai microfoni di SRF Börse. Rispondendo in merito all’assunzione delle ulteriori mansioni di co-amministratore delegato, prese in carico a marzo insieme al co-fondatore David Allemann per succedere a Martin Hoffmann, Coppetti ha dichiarato con un sorriso: “La settimana è fatta di 80 ore, lo sappiamo tutti”. Il manager ha poi precisato che queste tempistiche riguardano attualmente la sua routine personale e ha assicurato: “Per il resto del tempo riesco a rilassarmi”. Nonostante mantenga una buona forma fisica e pratichi snowboard nel tempo libero, il suo messaggio, interpretato come un invito a lavorare di più per raggiungere il successo, ha immediatamente innescato un acceso dibattito.
Le polemiche e la reazione degli psicologi del lavoro
Le parole di Coppetti hanno suscitato reazioni severe da parte degli specialisti. Interpellata dal quotidiano svizzero Blick, la psicologa del lavoro Hildegard Nibel ha duramente criticato l’approccio del dirigente. Secondo l’esperta, la dichiarazione fissa un’aspettativa irrealistica e pericolosa per il personale: “Caspar Coppetti invia così un segnale a tutta l’azienda. Questa affermazione mette i suoi dipendenti sotto pressione”. Nibel sottolinea come tale atteggiamento sia controproducente dal punto di vista dell’efficienza: “Per un’azienda che si vanta di essere particolarmente innovativa, questo non è utile”, in quanto lo stress rende il personale meno creativo, meno innovativo e meno propenso alla cooperazione. La psicologa ha evidenziato in modo fattuale i rischi clinici legati a questi ritmi, affermando che “la ricerca dimostra che una persona può lavorare in modo concentrato per un massimo di sei ore al giorno” e che spingersi oltre “aumenta il rischio di disturbi psicosomatici come mal di testa o cattivo sonno”, oltre a incrementare l’incidenza di depressione e burnout. “Lavorare di più non vuol dire lavorare meglio”, viene fatto notare, accusando Coppetti di trasmettere “un ideale dannoso”.
La difesa della società
Di fronte alle critiche sollevate, l’ufficio stampa di On, brand noto anche per avere come testimonial e azionista Roger Federer, è intervenuto per relativizzare le esternazioni del proprio amministratore delegato. Una portavoce dell’azienda ha inquadrato la frase come una scherzosa provocazione: “Si tratta di un’osservazione umoristica ed esagerata nel contesto di una conversazione dinamica”. L’azienda ha tuttavia confermato l’elevato carico di lavoro richiesto ai vertici: “Gestire un’azienda come On presuppone un impegno eccezionale, da parte del team dirigenziale”, un carico che “non può sempre essere misurato nelle classiche settimane di 40 ore”. Per quanto riguarda i dipendenti, la portavoce ha garantito che l’azienda offre flessibilità per determinare orari di lavoro e ferie, aggiungendo che “nei sondaggi anonimi annuali, la stragrande maggioranza si dichiara estremamente soddisfatta dell’equilibrio tra lavoro e vita privata”.
Il dibattito sulle ore lavorative si inserisce in un periodo complesso per l’azienda. Negli ultimi mesi i vertici hanno infatti dovuto gestire il forte sviluppo nel mercato statunitense e affrontare problematiche reputazionali, tra cui le lamentele dei clienti per scarpe che “cigolano” e, soprattutto, la complessa battaglia per mantenere il simbolo della croce svizzera sulle proprie calzature (vendute a prezzi di fascia alta) pur producendole materialmente in Cambogia e Vietnam.
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