Meraviglia e paura del ritorno della natura a Chernobyl
A quarant’anni dal disastro nucleare, il Muse di Trento dedica un appuntamento alla trasformazione più inattesa di Chernobyl: il ritorno della natura in un territorio che si pensava perduto per secoli. L’incontro, dal titolo “Chernobyl Wildlife. L’area 40 anni dopo l’incidente”, è in programma mercoledì alle ore 20.45, con ingresso libero e traduzione in italiano. Protagonisti della serata saranno i ricercatori German Orizaola Pereda e Pablo Burraco Gaitán, impegnati da anni nello studio degli effetti delle radiazioni sugli ecosistemi. A moderare l’incontro Elisabetta Filosi, zoologa e mediatrice scientifica del Muse.
Il punto di partenza è noto: il 26 aprile 1986 l’esplosione del reattore numero 4 liberò nell’ambiente una quantità di radiazioni oltre 400 volte superiore a quella della bomba atomica di Hiroshima. L’area fu evacuata, circa 350.000 persone lasciarono le loro case e venne istituita una zona di esclusione di 30 chilometri, destinata a restare inabitabile per generazioni. Oggi, però, il quadro è più complesso. Se da un lato circa il 10% delle radiazioni originarie è ancora presente, dall’altro l’assenza dell’uomo ha favorito un processo di rinaturalizzazione che ha pochi precedenti in Europa. La zona è diventata una delle più vaste aree selvatiche del continente, con la presenza stabile di lupi, linci, cervi, alci, cinghiali e cavalli di Przewalski, oltre a più di 200 specie di uccelli.In alcuni casi, le popolazioni risultano addirittura più numerose rispetto ad altre aree non contaminate, complice l’assenza di caccia e attività umane.
Questa apparente rinascita non racconta però tutta la storia. Gli effetti delle radiazioni ionizzanti restano evidenti: studi scientifici hanno rilevato cataratte, alterazioni genetiche, riduzione della fertilità e anomalie nello sviluppo in diverse specie, soprattutto nelle zone più contaminate. Gli uccelli, ad esempio, mostrano problemi riproduttivi significativi, mentre insetti e impollinatori evidenziano riduzione della longevità e maggiore vulnerabilità ai parassiti. Anche la vegetazione presenta anomalie nella crescita e nella morfologia. Eppure, molte popolazioni animali continuano a sopravvivere. È qui che si apre uno dei quesiti più affascinanti per la comunità scientifica: quanto può adattarsi la vita a un ambiente ostile? Alcuni studi suggeriscono risposte sorprendenti. Nella zona di esclusione, ad esempio, le rane presentano una colorazione più scura: una maggiore concentrazione di melanina potrebbe aiutare ad assorbire parte delle radiazioni, segno di una possibile selezione naturale avvenuta in poche decine di generazioni.
Chernobyl si conferma così un laboratorio a cielo aperto, dove convivono danno biologico e recupero della biodiversità. Un equilibrio fragile, che mette in discussione molte certezze e solleva una domanda più ampia: quale impatto ha davvero la presenza umana sugli ecosistemi?




