Memorabile Quarta di Mahler a Santa Cecilia
Un memorabile concerto, quello di domenica 10 maggio 2026 nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Un concerto al quale non avrei mai rinunciato per nulla al mondo.
Il programma, infatti, presentava una delle composizioni da me più amate: la IV Sinfonia di Gustav Mahler, che l’Orchestra Santa Cecilia, al massimo del suo fulgore, ha splendidamente eseguito sotto la magistrale direzione del carismatico Daniel Harding, e con l’apporto, nel IV movimento (il Lied Das himmlischen Leben) dell’ottimo soprano Christiane Karg.
Tralascio qui la prima parte della serata, costituita dal concerto per violino e orchestra dell’autore ucraino vivente (e presente in sala) Alexey Shor; però, a tale proposito, senza spendere troppe parole sulla qualità della composizione, mi limito a menzionare lo straordinario virtuosismo del celebre violinista Gil Shaham, che ha strappato applausi entusiastici al pubblico presente. Passando poi al “pezzo forte” della IV di Mahler, dichiaro subito che si è trattato di una delle migliori interpretazioni da me ascoltate o dal vivo o su disco.
L’esecuzione orchestrata da Harding ha messo in luce, al più elevato grado, la profonda delicatezza e sensibilità, ma insieme lo stile intimo, il lirismo, l’anelito per un mondo ideale ma irraggiungibile, la tensione vitale quasi mistica, che pervade quasi tutta la musica di Mahler e, in particolare, questa Quarta Sinfonia, la cui prima esecuzione risale al 25 novembre 1901 a Monaco di Baviera.
Sicuramente essa è quanto di più suggestivo ed equilibrato per quanto riguarda la cura e le caratteristiche peculiari dei quattro successivi movimenti (tutti egualmente godibili pur nelle loro diversità) ma sono senz’altro il terzo (Adagio) e il quarto (il Lied già sopra citato) le parti che più incatenano ed estasiano l’animo dell’ascoltatore.
Per quanto concerne il Das himmlischen Leben (La vita celestiale, il cui testo si deve al poeta romantico Achim von Arnim) esso celebra la gioia dei sensi di una vita ultraterrena vissuta con sottile, ironica innocenza, una spiritosa cuccagna cristiana, secondo la definizione di Goethe. In esso si avverte “la gioiosita’ di un mondo superiore a noi estraneo, che porta però in sé qualcosa di spaventoso, qualcosa che nasconde il dolore imminente dietro la gioia apparente” (Mahler).
La Quarta, se la si ascolta bene, è una Sinfonia fintamente felice. La gioia del primo movimento attrae ma, al tempo stesso, inquieta, preparandoci allo sconvolgimento dello Scherzo (secondo movimento) in cui appare la Morte che conduce al cielo il bambino morto per fame; una morte (colta nel momento del passaggio tra l’essere e il nulla) rappresentata nel lungo Adagio, ricco di sfumature e di colori, pur nella struggente nostalgia (Sehnsucht) per un’esistenza infantile troppo presto interrotta; e infine, nel Lied del quarto movimento, si ha la visione di un eterno presente dove ogni sorriso è doloroso, dove le esultanti vocine canore altro non sono se non innocenti Kinder morti troppo presto, gli stessi che ritorneranno in un’altra successiva opera, il Kindertotenlieder (canti dei bimbi morti), e nelle surreali sfere dell’Ottava Sinfonia per un nuovo, profetico inno alla gioia dei sensi.
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