Politica

Meloni agli europei su Mosca: “Non rispondere alle provocazioni”

OSLO – «Non rispondere alle provocazioni di Mosca». È la linea che tratteggia Giorgia Meloni dalla Norvegia, uno dei paesi più bersagliati dai blitz dei droni russi, minacce ibride conclamate, proprio nelle ore in cui due caccia italiani si levano di nuovo in volo nei cieli della Lituania: stavolta non per abbattere un aeromodello radiocomandato, ma per fronteggiare direttamente lo sconfinamento di due jet dell’arsenale del Cremlino. La posizione che traspare dalle parole di Meloni, nel corso di una breve conferenza stampa al fianco del primo ministro di Oslo, Jonas Gahr Store, si discosta — e non di poco — da quella di altri big Ue. A cominciare dal cancelliere tedesco Friedrich Merz che dopo il tentato attacco con un drone esplosivo a Lipsia ha parlato di «una svolta», evocando potenziali conseguenze catastrofiche in Europa. Linea condivisa anche dalla Polonia di Donald Tusk.

Ecco, Meloni invece sceglie di smorzare i toni: non rispondere. Certo, «il moltiplicarsi delle provocazioni non sfugge a nessuno». Ma la premier ripete grosso modo quanto detto ieri l’altro a palazzo Chigi: «Putin ha bisogno di spostare l’attenzione, cercando un’escalation con l’Europa, da una situazione sul campo della guerra in Ucraina che non sta andando come aveva previsto». L’escalation non conviene. «Rispondere sarebbe più nell’interesse di Mosca che dell’Europa». Dalla residenza del primo ministro di Oslo, Meloni torna in pressing anche sulla nomina di un inviato europeo (non solo dell’Ue) per i negoziati. E insiste: non provenga da un grande player dell’Unione, ma da una «media potenza», come la stessa Norvegia, fa intuire. C’è chi ipotizza Jens Stoltenberg, ex segretario della Nato, ma per ora è solo una suggestione. L’importante, aggiunge Meloni, è che si faccia presto, per non «indebolire» il peso del continente. «Si sono visti tanti formati, ma serve che ci sia l’ufficialità su chi ha in carico questo dossier».

La portata della «reazione» a Putin non è l’unico dossier su cui Meloni si smarca, nelle dinamiche brussellesi. Si mostra prudente pure sulla creazione di un consiglio di sicurezza europeo, proposto da von der Leyen, allargato anche a Canada e Norvegia (mentre la Lega spernacchia l’allargamento a Ottawa come «membro associato» dell’Unione, mossa paragonata alla «boiata pazzesca» di Fantozzi). Meloni non è tranchant, ma piazza paletti: questi attori vanno sicuramente «coinvolti», ma evitando «doppioni» rispetto agli organismi di Onu e Nato.

Nel chiuso del bilaterale con il laburista Store — e poi nella cena con grandi aziende al seguito, da Fincantieri a Saipem e Leonardo — si discute anche del dossier «sicurezza» inteso come energia. La Norvegia già offre all’Italia il 10% del suo fabbisogno di gas, ma la visita di Meloni punta ad aumentare questa quota, anche se da palazzo Chigi non forniscono cifre e la premier sul punto svicola, parla solo di nuove collaborazioni sulle «materie prime critiche». Ma proprio le grandi aziende italiane, spiegano fonti governative, potrebbero aiutare i norvegesi, anche con tecnologie sottomarine, ad allargare le fonti di approvvigionamento, con nuove perforazioni, per esempio nell’Artico. E lo Stivale otterrebbe ovviamente qualcosa in cambio.


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