Matt Damon e Jude Law insieme su Netflix, nel film pandemico (premonitore) che nessuno voleva vedere
Tutto inizia con un tradimento. O meglio, con una telefonata in aeroporto. Gwyneth Paltrow, pallida e sudata, risponde a qualcuno che non è suo marito, qualcuno con cui ha appena trascorso la notte. I sintomi che prova li attribuisce al jet-lag. In realtà, Beth è il paziente zero di una catastrofe sanitaria globale. Così comincia Contagion, il thriller pandemico diretto da Steven Soderbergh e disponibile su Netflix che nel 2011 sembrava l’ennesimo disaster movie, e che oggi guardiamo con occhi completamente diversi. Il film rappresenta una rivisitazione moderna e stilizzata del genere catastrofico degli anni Settanta, quel cinema corale dove grandi star affrontavano terremoti, incendi e naufragi. Soderbergh, però, elimina ogni possibile elemento di parodia fin dalle prime scene, con un paio di catastrofi personali così brutali da lasciare il pubblico senza fiato. Una scena in particolare, un primo piano anatomico che coinvolge uno dei protagonisti più noti, provocò reazioni di autentico shock e incredulità nelle sale cinematografiche.
La forza narrativa di Contagion risiede nella sua capacità di muoversi con urgenza sinuosa tra diverse città e continenti, seguendo un cast d’eccezione. Matt Damon interpreta il marito di Beth, costretto ad affrontare la perdita mentre protegge la figlia. Kate Winslet veste i panni di Erin, una medica sopraffatta dall’emergenza. Laurence Fishburne è l’epidemiologo segnato dalla responsabilità, Marion Cotillard una funzionaria ONU in ansia, mentre Jude Law costruisce un personaggio particolarmente interessante: Alan Krumwiede, blogger arrogante e teorico del complotto che alimenta il panico online con le sue geremiadi digitali sulla presunta copertura delle istituzioni. La sceneggiatura di Scott Z Burns offre momenti di lucida intelligenza. Quando Krumwiede tormenta lo scienziato Dr Ian Sussman, interpretato da Elliott Gould, cercando informazioni, si sente rispondere seccamente che è solo un blogger, e che il blogging non è altro che graffiti con punteggiatura. Una battuta che nel 2011 suonava come una provocazione elitaria, e che oggi assume contorni profetici nel dibattito su disinformazione e social media.
Soderbergh, che firma anche la fotografia del film, cattura immagini potenti: sale d’attesa deserte negli aeroporti, laboratori ospedalieri dalla sterile freddezza, città che si svuotano progressivamente. La colonna sonora pulsante di Cliff Martinez accompagna questo montaggio globale dell’orrore, mentre le voci e il panico, inevitabilmente, diventano virali quanto la malattia stessa. Il film funziona perfettamente come mosaico di mini-drammi intensi, anche se la critica dell’epoca notò come Soderbergh risultasse meno efficace nel mostrare la paura delle persone comuni, il senso massiccio di perdita collettiva. Alcuni osservatori ritennero che altri film, come Blindness di Fernando Meirelles del 2008, avessero comunicato meglio quella dimensione di terrore diffuso. Esistono anche alcune contraddizioni narrative nel personaggio di Krumwiede, apparentemente scomode ma forse proprio per questo realistiche: il confine tra denuncia legittima e paranoia complottista non è mai netto, e il film ha il merito di non semplificare eccessivamente questa ambiguità.
Ciò che rende Contagion particolarmente significativo a distanza di anni è la sua precisione quasi documentaristica nel rappresentare le dinamiche di una pandemia globale. Gli esperti virologi interpellati all’epoca del lancio confermarono che il film non si discostava molto dalla verità scientifica. I protocolli, le dinamiche di diffusione, il ruolo dei media, la corsa al vaccino: tutto acquisì una risonanza inquietante quando, anni dopo, il mondo si trovò ad affrontare una vera emergenza sanitaria globale. La pellicola fu girata con la consulenza di scienziati ed epidemiologi, e questo rigore si percepisce in ogni frame. Non ci sono mostri o zombie, non serve l’horror esplicito quando la realtà del contagio è sufficientemente terrificante. La malattia si diffonde attraverso gesti quotidiani, superfici contaminate, strette di mano: quella normalità trasformata in minaccia che poi abbiamo tutti vissuto sulla nostra pelle.
Steven Soderbergh modellò questa storia con muscolare confidenza, dimostrando ancora una volta la sua versatilità di autore. All’epoca della recensione originale, si parlava già del suo presunto ritiro dal cinema dopo i due progetti successivi, una perdita che la critica considerava significativa per l’industria cinematografica. Una preoccupazione che, fortunatamente, si rivelò poi solo parzialmente fondata. Contagion resta oggi un’opera che interroga sul rapporto tra cinema e realtà, sulla capacità predittiva della finzione quando è costruita su basi scientifiche solide. Non è un film profetico nel senso mistico del termine, ma piuttosto un esercizio di immaginazione informata: cosa succederebbe se. La risposta, come abbiamo scoperto, era già scritta in quelle immagini del 2011, in quelle sale vuote, in quei volti mascherati, in quella paura che all’epoca sembrava solo buon cinema.
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