Macchia d’Isernia, il museo Terracielo ospita ‘La Geometria dei resti’ di Beatrice Mastrodonato | isNews
Le esposizioni dell’artista presso la vecchia cava dismessa di Santa Maria
MACCHIA D’ISERNIA. Prosegue il percorso di Terracielo 2.0, il museo a cielo aperto promosso dal Comune di Macchia d’Isernia, con l’installazione dell’opera di Beatrice Mastrodonato: La Geometria dei resti, terza artista invitata per la stagione 2026 del progetto. Dopo l’intervento di Alberto Timossi e Helena Manzan con l’opera, Terracielo continua così la propria ricerca sul dialogo tra arte contemporanea, paesaggio e memoria del territorio, trasformando la cava dismessa di Santa Maria in uno spazio di riflessione collettiva e di sperimentazione artistica immersa nella natura.
Con “La Geometria dei resti”, Beatrice Mastrodonato favorisce una riflessione sul valore dei resti, non come segni di una fine, ma come tracce vive di resistenza, memoria e appartenenza. Attraverso il linguaggio del collage, frammenti, carte strappate e segni si compongono in una geografia emotiva che mette in relazione Gaza e il Molise: due luoghi distanti, ma accomunati dalla volontà di restare, custodire e testimoniare. Al centro dell’opera emerge così il tema della permanenza, intesa come gesto di dignità contro la cancellazione, l’abbandono e l’oblio.
La stessa Mastrodonato dice: “C’è un’estetica del frammento che non parla di fine, ma di un inizio ostinato. È la grammatica dei “resti che restano”, una raccolta di cocci che, proprio come nel collage creato, compongono una mappa della sopravvivenza. In questa sovrapposizione di carte strappate e segni d’inchiostro, si legge il parallelo tra due terre distanti ma unite da un’unica radice spirituale: Il SUMUD, cioè la perseveranza nel rimanere nella propria terra. A Gaza, il sumud è il corpo che si fa maceria per non diventare esilio. È la fermezza di chi scava tra i resti della propria casa non per cercare oggetti, ma per riaffermare una presenza. Lì, il resto è politico: ogni pietra raccolta è un rifiuto alla cancellazione, ogni tenda piantata sulla polvere è un monumento alla permanenza. È un restare verticale, urlato, contro la violenza che vorrebbe ridurre tutto a tabula rasa. In Molise, quella stessa fermezza cambia tono ma non sostanza, trasformandosi in “restanza”. È il sumud del silenzio e della pazienza. Qui i resti sono le pietre dei borghi che si sgretolano, i sentieri dei tratturi che sbiadiscono, le case dalle persiane chiuse che resistono all’abbandono. Restare in Molise significa presidiare il vuoto, opporsi all’erosione del tempo e della dimenticanza. È la scelta di abitare un luogo che la mappa ignora, trasformando la solitudine in un atto di fedeltà alla terra. L’orsetto al centro del collage diventa allora il simbolo universale di questa condizione: un’innocenza che sopravvive tra le macchie nere del dolore e le linee rosse del confine. Che si tratti di difendere un diritto sotto le bombe o di custodire un’eredità tra le colline spopolate, il gesto è lo stesso: raccogliere i pezzi. Gaza e il Molise si incontrano nell’idea che il “resto” non sia uno scarto, ma il seme della dignità. Il sumud è la consapevolezza che, finché ci sarà qualcuno a testimoniare tra le rovine o a camminare tra le case vuote, la storia non potrà dirsi conclusa. I resti che restano sono le radici che, pur ferite, continuano a tenere ferma la terra”.
La direttrice del museo, Carmen D’Antonino, afferma: Nell’opera di Beatrice Mastrodonato il frammento diventa materia di resistenza e memoria. Il collage costruisce una geografia emotiva in cui Gaza e Molise, pur lontani, si incontrano nel gesto comune del restare: tra macerie, abbandoni, ferite e radici. L’orsetto al centro della composizione introduce una presenza fragile e universale, simbolo di un’innocenza che sopravvive al dolore. Ciò che resta non è scarto, ma testimonianza viva: segno ostinato di dignità, appartenenza e speranza.
Il direttore artistico Antonio Pallotta, a proposito della partecipazione e della costruzione del museo diffuso, afferma: “Questo luogo meraviglioso dove la terra si unisce con il cielo è il “mio museo”. È così che mi piacerebbe che lo chiamassero anche tutti quelli che hanno già partecipato, collaborato, assistito e che in futuro ci andranno anche solo per visitarlo. Appartiene a ciascuno di noi perché può continuare a esistere solo se tutti lo sentono come proprio.” L’invito aperto a tutti è quello di partecipare e vivere il museo a cielo aperto come uno spazio collettivo di incontro, contemplazione e relazione con il paesaggio.
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