La storia dell’Amazon russo, dei due Kim e di una difficile convivenza tra telefonini e droni
Il 18 settembre 2024, uomini armati hanno aperto il fuoco entrando nella sede di Wildberries a Mosca, a pochi passi dal Cremlino. Vajldberriz come scrivono e dicono i russi. Due guardie giurate sono cadute sotto il fuoco dei proiettili, altre persone sono state ferite. Per qualche ora nel centro di Mosca sembrava di essere tornati agli anni 90, quando il capitalismo russo si costruiva anche con le pistole. E i businessman le tenevano sotto la scrivania o nella borsa firmata di pelle insieme al computer portatile.
Al centro della vicenda una delle imprenditrici più potenti di tutte le Russie, Tat’jana Kim, coinvolta in un durissimo scontro con l’ex marito Vladislav Bakal’čuk per il controllo dell’azienda. Finito a pistolettate.
Fino ai recenti attacchi di droni ucraini, fuori dalla Russia il nome finto inglese Wildberries diceva poco. Il primo attacco il 17 e 18 luglio nei depositi delle regioni di Tambovsk e San Pietroburgo. Wildberries non è soltanto il più grande mercato del Paese, una macchina commerciale che dopo la fusione con il gruppo Russ nel 2024 ha movimentato merci per oltre 4.100 miliardi di rubli, 45-50 miliardi di euro. Ogni giorno gestisce oltre 20 milioni di ordini. Insieme a Ozon è diventata una delle infrastrutture portanti del commercio russo e sostiene l’attività di oltre un milione di venditori indipendenti.
Wildberries non è interessante soltanto un gigante che imita Amazon ma ha anche adattato il commercio digitale alla geografia e alle abitudini russe. A differenza di Amazon non ha puntato sui locker automatici ma ha costruito una rete di migliaia di punti di ritiro, spesso gestiti in franchising da piccoli commercianti. Si entra, si ritira il pacco, si apre la tenda del camerino, si prova un vestito o un paio di scarpe e se la taglia non va bene si restituisce sul momento. Be’ un’idea mica male per un Paese dove la manodopera costa poco in provincia e le regole per aprire un’attività sono meno rigide.
In molte città russe dire “zajdu v Vajldberriz”, “passo da Wildberries” è diventato un gesto quotidiano, quasi come andare al supermercato o al bar. La rete arriva praticamente ovunque: nelle grandi città della Russia europea così come nelle isole Curili, affacciate sul Pacifico, e nei villaggi della Jacuzia, dove i pacchi arrivano una volta alla settimana su piccoli aerei o per vie d’acqua.
L’immagine è quasi surreale: provare un paio di sneakers francesi nel camerino riscaldato di un piccolo villaggio artico raggiungibile solo per via aerea… È questo, forse più dei bilanci, a raccontare cosa sia diventata Wildberries, una delle infrastrutture che tengono insieme la vita quotidiana di un Paese esteso per undici fusi orari.
Dietro questo impero c’è Tat’jana Kim. Nata non nella Silicon Valley ma a Groznyj, Cecenia, da una famiglia di origine coreana. Insegnante d’inglese, ha iniziato nel 2004 vendendo abiti via Internet durante il congedo di maternità. In poco più di vent’anni quella piccola attività domestica si è trasformata nella più grande piattaforma commerciale della Russia. Anche il nome scelto racconta qualcosa dell’azienda e delle competenze della fondatrice come insegnante. Wildberries è uno pseudoanglicismo: un marchio costruito per suonare internazionale più che autenticamente inglese. Un po’ come Smart working, espressione italiana che suona inglese ma non significa niente. Wildberries letteralmente significa “bacche selvatiche”, un nome insolito per un colosso dell’e-commerce ma perfettamente in sintonia con la Russia post-sovietica, dove un marchio ingleseggiante evocava modernità, apertura e integrazione nell’economia globale. L’ironia è che a scegliere questo nome è stata una donna di origine coreana nata nel Caucaso russo.
Nella guerra dei droni un’infrastruttura come Wildberries ha inevitabilmente un valore strategico: ogni giorno movimenta decine di milioni di pacchi e come qualunque grande piattaforma commerciale trasporta anche beni a duplice uso, cioè prodotti civili di impiego anche militare. Vedi componenti dei droni e i droni stessi. Ma colpirne i centri logistici significa soprattutto far sentire ai cittadini russi sulla loro pellaccia che la guerra ha conseguenze concrete sulla vita quotidiana. Se un deposito viene distrutto, migliaia di piccoli commercianti perdono la merce, le consegne si interrompono e decine di milioni di persone smettono di ricevere quello che gli serve. È un modo per aumentare il costo economico e psicologico del conflitto ben oltre la linea del fronte.
Una produttrice di vestiti per bambini ha raccontato di aver perso oltre sedicimila capi; un altro imprenditore ha quantificato il danno in 5 milioni di rubli, circa 55 mila euro di roba. Decine di piccoli commercianti hanno spiegato di aver acquistato quei prodotti con prestiti bancari e di essersi ritrovati improvvisamente con in mano un pugno di peperoni… nulla da vendere. Da qui nasce una spinosa questione destinata probabilmente a produrre lunghi contenziosi: chi paga? Wildberries ha annunciato aiuti e programmi di compensazione per migliaia di venditori, oltre a indennizzi per le famiglie dei dipendenti uccisi negli attacchi. Allo stesso tempo ha richiamato le clausole contrattuali di forza maggiore, sostenendo che i bombardamenti non comportano un obbligo automatico di risarcimento. È una distinzione giuridica che potrebbe tradursi in anni di cause.
In questa faccenda spunta pure la figura ingombrante di un altro Kim. Vitalij Kim, governatore della regione ucraina di Mykolaïv, è diventato uno dei volti più riconoscibili della resistenza ucraina. Figlio di padre coreano e madre ucraina, imprenditore prima della politica, nei primi mesi dell’invasione pubblicava quasi ogni giorno brevi video, spesso in felpa, alternando aggiornamenti militari, ironia e sarcasmo. Quel tono diretto gli ha procurato una grande popolarità.
Mentre Tat’jana Kim rappresenta uno dei simboli del capitalismo russo contemporaneo, Vitalij Kim è diventato uno dei simboli civili della resistenza ucraina. Non sono manco parenti. Li unisce però una storia molto più antica della guerra. Tutt’e due appartengono ai Koryo-saram, i discendenti dei coreani emigrati nell’Estremo Oriente russo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Nel 1937 Stalin li sospettava di poter collaborare con il Giappone e ha ordinato la deportazione di oltre 170.000 persone verso il Kazakistan e l’Uzbekistan. È la prima deportazione di massa su base etnica organizzata dal dittatore. Sei coreano? Collabori col Giappone! Chiaro no? Per Stalin tanto bastava.
Oggi quella diaspora conta circa mezzo milione di persone sparse tra Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Ucraina e altri Paesi dell’ex Urss. Parlano prevalentemente russo, hanno conservato i cognomi coreani. Il più famoso di loro la rockstar Viktor Coj, morto in un incidente d’auto. Forse mentre girava la musicassetta nella autoradio.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica molti hanno cercato di riallacciare i rapporti con la terra degli antenati, guardando soprattutto alla Corea del Sud, che ha favorito il ritorno della diaspora con programmi di lavoro e di residenza. Della Corea del Nord si sono ovviamente tenuti alla larga. Per questo, quando Pyongyang ha inviato migliaia di propri soldati a combattere al fianco della Russia nella regione di Kursk, molti europei hanno avuto l’impressione di assistere a qualcosa di estraneo alla storia russa. Ma nello spazio ex sovietico la presenza di una consistente comunità di coreana è una realtà conosciuta. I militari nordcoreani e i Koryo-saram non hanno alcun legame, ma questa coincidenza ha riportato sotto i riflettori una comunità sconosciuta in Occidente.
Alla fine il vero protagonista di questa storia è un cognome. Basta seguire “Kim” per attraversare quasi un secolo di storia euroasiatica: dalle deportazioni ordinate da Stalin ai villaggi dell’Asia centrale, dalla nascita del più grande marketplace russo ai video di un governatore ucraino sotto le bombe, fino ai soldati inviati da Pyongyang sul fronte di Kursk. La geopolitica racconta il presente e la storia come ci siamo arrivati.
Ma racconta anche e soprattutto un’altra cosa: l’impossibilità di tenere insieme uno stato moderno, dove il commercio digitale tiene insieme un bel pezzo di economia, e il vecchio arnese riesumato da Putin della guerra di conquista. Non dimentichiamo una piccola notizia di quattro anni fa che nessuno qui ha mai dato: il giorno di inizio della invasione della Ucraina l’articolo più letto del sito della agenzia filogovernativa Ria Novosti prevedeva uno scenario molto poco marziale: la difficoltà di trovare pezzi di ricambio per i telefonini. Altro che Dugin e spiritualità euroasiatica.
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