Lucangeli: “I genitori? Troppo giudizio e poca gioia. I ragazzi gridano dolore, hanno bisogno di atti d’amore”

Oltre mille persone hanno gremito Villa Vitali a Fermo per ascoltare Daniela Lucangeli, psicologa e ricercatrice dell’Università di Padova, intervenuta al festival dei libri.
La studiosa è arrivata direttamente dalla spiaggia, dove aveva appena concluso un’attività di divulgazione, con una scarpa rotta riparata con lo scotch e senza parcheggio. “Non ero preparata a tutto questo”, ha esordito, ringraziando il pubblico per la presenza numerosa.
Lucangeli ha parlato di un “tempo di distopia”, un tempo di luoghi impropri in cui le emozioni faticano a trovare espansione. Per introdurre il tema, ha raccontato di Sara, una bambina di 7 anni che descriveva la rabbia come “fuoco alla colonna vertebrale e alle budella”. La bambina si chiedeva se anche i soldati in guerra provassero lo stesso dolore delle madri dei bambini uccisi.
La professoressa ha citato De André, secondo cui “il dolore degli altri è dolore a metà”, osservando che se si riuscisse a sentire il dolore altrui anche solo come metà del proprio, l’umanità sarebbe in una condizione migliore. I colleghi nei pronto soccorso psichiatrici, ha riferito, non sanno più dove collocare adulti, adolescenti e bambini: “La condizione mentale sta urlando come urlano le budella di Sara”.
Genitori ipercritici e figli che non riconoscono i segnali del corpo
Negli ultimi dieci anni la scienza ha rovesciato la convinzione che le emozioni fossero un fenomeno superficiale, “come la schiuma sulle onde”. Lucangeli ha spiegato che le emozioni sono invece la struttura più intelligente inventata dall’evoluzione: il cervello limbico avverte il corpo di ciò di cui ha bisogno per stare in salute. Ha distinto il “tempo delle foglie” dalle “radici”: le foglie rappresentano le funzioni cognitive, le radici sono il sistema senziente che ci guida. La mente, con i suoi neuroni inibitori, tende a bloccare i segnali del corpo, ma questo allontana dal riconoscimento dei bisogni reali.
La ricercatrice ha dedicato un passaggio importante al ruolo degli adulti. “In un tempo distopico come questo”, ha detto, “il cervello limbico urla in continuazione”. Ma gli adulti, e in particolare i genitori, spesso non ascoltano. Poi ha parlato di un ipergiudizio diffuso, di un meccanismo di colpa costante verso se stessi e verso gli altri. “L’attribuzione di colpa è uno degli indicatori di pessima salute mentale e sociale”. La colpa innesca sempre la distopia: se esternalizzata, distrugge l’altro; se internalizzata, porta basso umore, depressione, isolamento. Lucangeli, dunque, ha definito questa condizione “languishing”, la costante routine di assenza di gioia.
I dati della ricerca scientifica mostrano che gli adulti hanno un “effetto pavimento” dell’attenzione dedicata alla percezione profonda dei propri indicatori di salute. Con tutti i progressi della sanità, ha osservato, si ha bisogno di check continui per sapere se l’organismo sta bene, perché il cervello non riconosce più i segnali che il corpo invia. “Noi abbiamo reso patologico il giudizio costante basato sulla colpa di se stessi e degli altri”. Questo clima di giudizio e insicurezza, ha spiegato, viene trasmesso ai figli, che crescono senza una base sicura, senza quell’attaccamento che permette di affrontare il mondo con fiducia. “Chi ci fa crescere non ci rassicura”, ha detto, “siamo caratterizzati da tantissima percezione di insicurezza”.
Adolescenti in sofferenza e il coraggio di educare alla gioia
Lucangeli ha definito l’adolescenza “il maggiore fattore di rischio sulla salute dei nostri figli”. Ha elencato i segnali che hanno superato la soglia del malessere: autolesionismo, dipendenza dal digitale, isolamento, aggressività, disturbi alimentari, disturbi del sonno. “L’adolescenza è veramente a rischio e urla”, ha detto. Di fronte a questa emergenza, la risposta degli adulti è spesso sbagliata: si inibiscono i segnali di sofferenza invece di accoglierli. “Se io ho paura, che cosa mi viene a dire la paura? Che ho bisogno di coraggio”. Ma se chi dovrebbe aiutare risponde con “Te l’avevo detto”, o con giudizi, il coraggio non arriva. La paura diventa ansia, l’ansia tiene il corpo in allerta, il corpo si disabitua a riconoscere i segnali di salute.
La professoressa ha proposto un esercizio di self-checking: una mano sul petto per ascoltare il battito, l’altra sul ventre per il respiro. Questo semplice gesto, ha spiegato, riporta in equilibrio il sistema nervoso. Da lì ci si può chiedere quanto tempo si dedica alla paura e quanto al coraggio, quanto alla chiusura e quanto all’apertura verso gli altri. Ha chiamato queste pratiche “strategie riparative”, contrapposte alla ricerca di farmaci o di dipendenze digitali.
Sulla gioia, Lucangeli ha citato ricerche condotte con bambini al nido: interrompendo ogni ora l’attività per chiedere cosa li rendesse felici, in poche settimane sviluppavano “tratti gioiosi”, atteggiamenti permanenti di apertura. Negli adolescenti, l’educazione all’attenzione ai segnali di gioia produce personalità resilienti, capaci di resistere ai fattori di rischio. “La gioia non si simula”, ha precisato, “il cervello limbico riconosce se è finta o se è vera”. La sua conclusione si è basata sulla citazione di o don Milani e la differenza tra “io ti curo” e “tu mi stai a cuore”: l’educazione deve fare dell’altro il proprio scopo, non l’oggetto di giudizio. “Noi non siamo ragionieri docimologici delle prestazioni dei nostri figli”, ha detto. “Siamo la funzione che neuromodula il cervello che li accompagnerà fino al termine della loro esistenza”.
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