Trentino Alto Adige/Suedtirol

«L’ottimismo serve a mettere ordine nel caos, Trump ne è il principale agente»


BOLZANO. Dove lo mettiamo l’ottimismo? “Sempre con noi”. Per fare? “Aiutarci a mettere un po’ d’ordine nel disordine”. Intende quello globale, Claudio Cerasa. Dalle guerre che nascono come funghi a colui che considera uno dei principali “agenti del caos”. Sarebbe? “Beh, Donald Trump”.

Lo dice, Cerasa, dal suo osservatorio di direttore de “Il Foglio”, che è un giornale che ha una prima pagina fitta fitta di testo e senza foto, eppure sta in mezzo al dibattito come pochi, forte dell’idea che le parole contano più dei real. Claudio Cerasa è pronto per arrivare a Bolzano dove sarà al centro dei cento e cento eventi che percorreranno “Connecting Bz”, quel contenitore di saperi e di immaginazione che è stato pensato per tenere insieme cose che rischiavano sempre di finire separate: i giovani e il mondo del lavoro, l’economia e la città, la cultura con l’amministrazione quotidiana dei bisogni, la viabilità insieme alle aziende che la percorrono spesso a fatica.

E poi l’innovazione e la ricerca. Insomma, una tre giorni sparsa una po’ ovunque tra teatri e Lub, piazze e stanze. Il direttore del Foglio comparirà il 12 novembre, il primo giorno dell’evento (che si chiuderà il 14) alle 20.30 al teatro Rainerum, dentro un ulteriore contenitore di riflessione che ha per titolo”Dialogo sull’ottimismo”, definito “ispirazionale” per via del fatto che potrebbe essere considerato esso stesso una competenza, quale può esserlo anche un carattere, l’idea che se si guardano le cose in un certo modo, provando a farsi travolgere dal caos e senza innamorarsene come fanno alcuni, qualche speranza ancora c’è.

Dunque ottimismo, Claudio Cerasa. Serve?

“Può essere considerato una sorta di disciplina. Un modo per preservarsi, per trovare energia. Per dare ordine al disordine”.

Perché quello non manca vero?

“Assolutamente. È ormai una componente stabile del nostro mondo. L’ottimismo aiuta a sperare che dietro il disordine ci attenda qualcosa di meglio. E ci aiuta a lavorare perché questo avvenga”.

Come mai ci siamo dentro a tutto questo?

“Ci sono gli agenti del caos che si sono messi in azione mai in modo così vigoroso come adesso”.

A chi pensa?

“Al principale agente del caos, cioè a Donald Trump. Lui è l’alfiere di questo possibile nuovo ordine mondiale che si basa, appunto, sul caos, sulla messa in discussione di tutte le possibili regole della convivenza”.

Le regole servono?

“Servono a tenere un po’ in ordine nel cose. Quelle europee e alcune di quelle globali sono il frutto di anni di accordi. Non sono perfette ma sono un punto di riferimento. Trump rappresenta il tentativo di sconfiggere questo modello che ha provato a tenere insieme il mondo”.

Occorre cambiarlo?

“Magari sì, ma non in quel modo brutale”.

L’Europa ci è finita in mezzo.

“È uno degli obiettivi degli agenti del caos. Ha le sue regole condivise, ha scelto la strada della democrazia, ora difende l’Ucraina perchè si tratta di un Paese brutalmente invaso. Insomma, per Trump, il peggio”.

Anche per Putin?

“Come no”.

Qui a Bolzano troverà quella che alcuni definiscono, vista la sua autonomia, l’Europa delle piccole patrie. Vanno sempre bene?

“Non sempre, ma se usano bene i poteri che hanno sì. Come le autonomie. Sono veicoli di efficienza, capaci di regolare meglio le cose rispetto allo Stato perchè sono sul territorio, lo conoscono. Certo, ci sono invece casi in cui questa autonomia, la libertà di gestirsi, non è usata bene. Quindi caso per caso”.

E Bolzano?

“È un esempio virtuoso in questo senso. Ci sono problemi come ovunque, magari anche di rapporti tra le comunità, ma la soluzione dei problemi stessi messa in atto resta un esempio. Anche europeo”.

Ha visto a Milano le manifestazioni?

“Ero lì”.

Sembra che una generazione voglia dire tutto quello che non si era detto.

“Cercano una valvola di sfogo. A volte confusamente come sempre è accaduto per le generazioni che hanno preceduto questa. Ma è importante che, dopo che i giovani si sono voluti far sentire, ci si metta ad ascoltarli”.

Cosa accomuna le proteste in giro per il mondo?

“Ci sono due livelli. Negli Stati Uniti sono risultati uno dei motori del cambiamento, visto la gran quantità degli elettori delle ultime generazioni che hanno abbandonato Trump. E poi c’è l’Europa”.

E qui?

“La maggioranza ha manifestato in modo pacifico, una minoranza no, ma mi è parso molto presente il tema della insoddisfazione economica. Si tratta adesso di rispondere. E lo si dovrebbe fare su più livelli, anche locali”.


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