Salute

lo studio sui consumi elettrici 2050

Le estati italiane saranno sempre più calde e i condizionatori sempre più indispensabili. Ma proprio nelle ore in cui milioni di persone accenderanno gli impianti per difendersi dalle ondate di calore, i pannelli fotovoltaici installati sui tetti delle abitazioni potrebbero diventare uno degli strumenti più efficaci per evitare picchi di domanda elettrica, ridurre la pressione sulla rete e contenere le bollette. È la conclusione di uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research: Energy e firmato dagli economisti Lucia Piazza, dell’Università Ca’ Foscari Venezia, e Francesco Pietro Colelli, affiliato sia a Ca’ Foscari sia al Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC).

Il lavoro prova a quantificare un fenomeno destinato a diventare centrale nei prossimi decenni: quanto aumenteranno i consumi domestici per il raffrescamento delle abitazioni in un Paese che si riscalda rapidamente e in che misura la diffusione del fotovoltaico residenziale potrà compensare questa crescita. Per farlo, gli autori hanno integrato dati di consumo elettrico raccolti dall’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA), statistiche sugli impianti del Gestore dei servizi energetici, proiezioni climatiche del programma internazionale CMIP6 e scenari di sviluppo del fotovoltaico elaborati da Terna.

Le stime indicano che il cambiamento climatico potrebbe determinare, entro il 2050, un aumento dei consumi elettrici domestici per il raffrescamento compreso tra 2 e 3 terawattora l’anno, equivalenti a circa il 5% dei consumi residenziali registrati nel 2023, pari complessivamente a 69 TWh. In assenza di una più rapida diffusione del fotovoltaico, la domanda aggiuntiva di elettricità dovuta al caldo raggiungerebbe circa 2,8 TWh entro il 2050, con un incremento del 44% rispetto ai consumi storici legati al comfort termico domestico.

Secondo gli autori, però, una crescita degli impianti fotovoltaici in linea con gli obiettivi nazionali consentirebbe di contenere sensibilmente questo aumento. Se oggi circa il 6% delle famiglie italiane dispone di pannelli sul tetto, la quota potrebbe salire al 14-15% nel 2030 e raggiungere il 22-24% nel 2050. In questo scenario, il maggiore ricorso all’autoproduzione permetterebbe di ridurre quasi della metà il carico aggiuntivo imposto dal riscaldamento globale sulla rete elettrica nazionale.

Uno dei risultati più interessanti dello studio riguarda proprio il comportamento delle famiglie dotate di pannelli solari. Sulla base di precedenti analisi condotte dagli stessi ricercatori, nei giorni più caldi dell’anno le abitazioni con impianti fotovoltaici riescono a diminuire i prelievi di elettricità dalla rete fino al 68%, sfruttando la coincidenza tra le ore di maggiore insolazione e quelle in cui i condizionatori funzionano più intensamente. In estate, il taglio della domanda elettrica nelle ore di punta può oscillare tra il 15 e il 18%, contribuendo ad alleggerire la pressione sul sistema proprio nei momenti più critici.

Lo studio mette però in evidenza un elemento di forte disuguaglianza territoriale. Le regioni del Nord e le isole, dove la penetrazione del fotovoltaico domestico è relativamente elevata, sono quelle che potrebbero beneficiare maggiormente dell’autoproduzione di energia. Al contrario, grandi aree urbane del Centro-Sud risultano esposte a quella che gli autori definiscono una sorta di “doppia vulnerabilità”: saranno tra i territori più colpiti dall’aumento delle temperature, ma oggi presentano livelli relativamente bassi di diffusione dei pannelli solari.

Tra le città che emergono con maggiore evidenza figurano Roma, Napoli, Milano e Palermo, indicate come i principali poli di crescita della domanda aggiuntiva di energia per il raffrescamento. In particolare, lungo la costa tirrenica del Centro Italia e soprattutto nell’area romana e napoletana, gli incrementi relativi dei consumi estivi potrebbero essere tra i più elevati del Paese. Sicilia e Veneto, grazie a una maggiore presenza di impianti, mostrano invece una capacità superiore di assorbire i nuovi fabbisogni energetici generati dalle ondate di calore.

Per Piazza e Colelli il messaggio è chiaro: il fotovoltaico non rappresenta soltanto una tecnologia per ridurre le emissioni climalteranti, ma anche uno strumento di adattamento ai cambiamenti climatici. La sfida, sostengono, consiste nel promuovere politiche mirate nelle grandi città e nelle regioni dove il caldo crescerà più rapidamente, affinché la transizione energetica non produca nuove disuguaglianze territoriali. Incentivi, norme edilizie e interventi specifici potrebbero contribuire a colmare il ritardo di aree particolarmente esposte, evitando che proprio le zone destinate a soffrire maggiormente le future estati mediterranee restino escluse dai benefici dell’autoproduzione energetica.

Emanuele Perugini

Lo studio


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