Cultura

Canzoni da ascoltare in piedi, canzoni da ascoltare seduti: i Bye Parula presentano “Something Out of Nothing”

bye parula
Credits: Press

Italia, Francia e Cile in un’unica anima musicale: i Bye Parula sembrano vivere costantemente in equilibrio tra euforia e malinconia, tra un’eredità culturale e l’altra. Il trio art-pop con base a Montreal è tornato alla ribalta con “Something Out of Nothing”, un disco che parte in modo quasi esplosivo, tra groove, chitarre funky e ritornelli luminosi, per poi rallentare gradualmente e lasciare spazio a una dimensione molto più intima e vulnerabile. Parliamo di un album che danza tra mondi diversi (disco, art-pop, post-punk) senza mai perdere la propria identità, trasformando il contrasto tra leggerezza sonora e peso emotivo nel suo punto di forza. Tra nostalgia, lontananza da casa, amicizia e senso di appartenenza, “Something Out of Nothing” racconta il caos emotivo della vita adulta con una sincerità disarmante. Abbiamo parlato con la band del processo creativo dietro il disco, del rapporto tra lingue e identità e di come, a volte, si possa davvero creare qualcosa dal nulla.

“Something Out of Nothing” è un album che parte quasi in modo esplosivo e poi, pian piano, diventa sonoricamente più dolce e delicato, mentre l’intensità emotiva cresce sempre di più. È stato un percorso voluto fin dall’inizio o è qualcosa che è emerso naturalmente durante la scrittura? 
Un po’ tutt’e due. Alcune canzoni sono venute fuori naturalmente con l’intensità che si sente nel disco, mentre altre hanno trovato il loro posto durante il processo di scrittura, ispirate dai brani che avevamo già. A un certo punto ci siamo resi conto che l’album aveva queste due anime diverse che ci rappresentano davvero bene, e in un certo senso riflettono la vita stessa: gli alti e bassi, i momenti gioiosi e quelli più pesanti e intensi. Ci piaceva l’idea che il disco si muovesse emotivamente e sonoricamente tra questi due mondi, così abbiamo deciso di dividerlo in due lati: “Songs to Listen to in a Standing Position” e “Songs to Listen to in a Sitting Position”.

Quali canzoni rappresentano meglio, secondo voi, il punto d’incontro tra le vostre diverse anime musicali e culturali?
Forse “Home” è una delle canzoni che ci rappresenta meglio. Il testo parla di come fare i conti con le proprie emozioni durante i momenti difficili, soprattutto da immigrato o da persona che vive lontano da casa. Anche la musica cresce lentamente d’intensità, partendo con chitarre acustiche e cori, includendo testi sia in inglese che in spagnolo, e poi si trasforma in qualcosa di più vicino al post-punk (il che riflette anche una parte del nostro background musicale).

Perché “Something Out of Nothing” vi è sembrato il titolo giusto per questo specifico capitolo della band?
Perché abbiamo lavorato duramente per questo progetto, mettendoci dentro tutto quello che avevamo per farlo funzionare. Dal primo disco, dove siamo partiti praticamente da zero, fino ad arrivare al punto di pubblicare un secondo album, ci sembra davvero di aver creato qualcosa dal nulla. Penso che il titolo si adatti bene, considerando tutto l’amore e l’impegno che si mettono nel fare un disco. Sembra una ricompensa, o almeno è la sensazione che ci dà.

Come dicevo prima, la seconda metà del disco è emotivamente molto intensa, soprattutto in “Miedo de Olvidar” con Elisapie. Potete raccontarmi qualcosa in più su questa canzone e su come è nata?
Loïc e io stavamo parlando di “Un Verano Sin Ti” di Bad Bunny e ci siamo detti: “Ok, proviamo a scrivere una canzone in spagnolo.” Avevamo già gli accordi, e poi abbiamo iniziato ad aggiungere diversi elementi come chitarre in contrappunto, synth, sub synth. Volevamo scrivere una canzone dedicata alle nostre madri e alla sensazione di nostalgia per casa e per il loro calore.

Una volta registrate le voci, sapevamo che Elisapie sarebbe stata perfetta nel brano. Il nostro produttore Robbie è arrivato in studio, ha ascoltato la canzone, dicendo:“Elisapie sarebbe incredibile qui sopra!”. Abbiamo ovviamente riso tutti, perché stavamo pensando esattamente la stessa cosa. A un certo punto, finalmente, abbiamo fatto alcune sessioni con lei e ci siamo davvero innamorati di tutto quello che ha portato alla canzone.

Nel disco c’è una bellissima fusione di lingue diverse. In che modo lavorare con più lingue ha influenzato il processo di scrittura? Ci sono altre lingue o influenze culturali che vi piacerebbe portare nella vostra musica?
Penso che sperimentare con lingue diverse sia sempre qualcosa di stimolante. Lo facciamo fin dal nostro primo disco, dove avevamo inserito parti in spagnolo, francese e italiano attraverso dei campionamenti cinematografici.

Per Loïc, inizialmente veniva più naturale scrivere e cantare in inglese. Ma quando ha iniziato a cantare quello che sarebbe poi diventato “Quand vient le soir” in francese, ci è sembrato subito una cosa molto speciale, e abbiamo capito che era una direzione che volevamo esplorare meglio.

La stessa cosa è successa con “Miedo de Olvidar” in spagnolo e inuktitut. Entrambe le canzoni erano state scritte originariamente in inglese, ma quando abbiamo provato a tradurle in altre lingue le melodie sono cambiate completamente, e hanno dato ai brani un’emozione diversa. Quindi sì, la lingua influenza decisamente il processo di scrittura. E sì, magari la prossima volta proveremo persino a cantare in napoletano con Sergio. Siamo sempre aperti a sperimentare. Se c’è un’influenza culturale che ci colpisce davvero, le daremo sicuramente spazio nella nostra musica.


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