«Licenziata perché madre e studente. Il datore di lavoro mi ha detto che il problema è mio figlio»

Licenziata dallo studio medico «perché donna, madre e studente». È la vicenda che vede coinvolta Giulia (nome di fantasia), 43 anni di Foligno, e il titolare di uno studio medico di Spoleto. La storia inizia alla fine del 2022, quando Giulia, separata e con un figlio preadolescente, dopo un periodo con contratto a tempo determinato part-time, ottiene l’indeterminato, sempre part-time, nello studio medico. Quasi un anno dopo l’ottenimento dell’indeterminato, la donna decide di iscriversi all’università di Perugia: il medico per cui lavorava, sarebbe infatti dovuto andare in pensione per raggiunti requisiti d’età, e lo studio avrebbe chiuso nel giro di qualche anno. Lei, quindi, torna sui banchi per ottenere una laurea e migliorare la sua condizione economico-lavorativa.
E qui cominciano i problemi: «Nonostante siano previsti dalla legge, non le sono mai stati riconosciuti i permessi retribuiti che le spetterebbero di diritto, per i giorni in cui doveva svolgere gli esami universitari – racconta a Umbria24 l’avvocata Nunzia Parra, che insieme al collega Marco Brusco, entrambi del foro di Perugia, rappresenta Giulia -. Era costretta di volta in volta a chiedere ‘favori’ di cambio turno alla collega». Il tutto – si apprende – documentato anche in busta paga e con registrazioni di conversazioni con il titolare e la moglie, che le avrebbe ribadito l’impossibilità di ‘concederle’ quei permessi che in realtà sono previsti e le spetterebbero per legge.
Nel frattempo – sempre secondo la ricostruzione dei legali – partono anche una serie di vessazioni nei suoi confronti, in parte legate anche al fatto che Giulia ha un figlio preadolescente. Le viene ordinato di andare in bagno «a razzo» perché altrimenti il titolare si vedeva costretto ad aprire lui stesso la porta dello studio ai clienti. Poi la rimproverano per aver risposto con due ore di ritardo ad una telefonata del datore di lavoro, mentre stava in malattia già da due giorni.
Come un fulmine a ciel sereno, il licenziamento arriva nel settembre 2025. Giulia si vede consegnare la lettera che le spiega che, «a causa di una riorganizzazione aziendale siamo costretti a rinunciare alla Sua collaborazione». Niente preavviso, licenziata in tronco con effetto immediato. Ma una conversazione con il titolare al momento della consegna della lettera di licenziamento svela che in realtà non si tratta di ‘riorganizzazione aziendale’: il medico avrebbe infatti già fatto diversi colloqui per trovare una sostituta di Giulia, eliminando tutte le possibili candidate giovani, con figli o comunque in età fertile. Tra le intervistate, c’è addirittura una 34enne definita «bravissima, in gambissima» e consigliata da un collega fidato. Anche lei viene respinta perché: «Questa quando li fa i figli?».
Alla fine, il medico assume una signora di 62 anni per sostituire Giulia. Le dice di riconsegnare le chiavi seduta stante e di spedire per posta divisa e scarpe. Giulia, a questo punto, decide di rivolgersi ad un legale: «Abbiamo chiesto l’accertamento della nullità del licenziamento per discriminazione sulla base dell’età, del genere, dell’essere una lavoratrice madre – ha spiegato l’avvocata Parra – e per l’effetto, tutte le tutele, incluso il reintegro nel posto di lavoro. È un dato oggettivo e inconfutabile la successiva assunzione di un’altra lavoratrice part-time nelle medesime mansioni con una età anagrafica differente, oltre 60 anni, a fronte dei circa 40 della nostra assistita. E ciò attesta la palese illegittimità del licenziamento. Abbiamo, altresì, richiesto al giudice la condanna del datore di lavoro ad un adeguato risarcimento del danno non patrimoniale causato dalle condotte vessatorie subite in costanza di rapporto dalla nostra assistita».
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