Libia, cosa c’è dietro agli attacchi con droni alla raffineria di Zawiya
*Articolo di Filippo Bovo originariamente pubblicato dal Nuovo Giornale Nazionale e ripubblicato da Trieste News
14 agosto 2026 – ore 18:00 – In Libia la situazione appare sempre più in bilico, e non certo da ora. Da sabato ad almeno ieri, la raffineria di Zawiya, la più grande oggi operativa nel Paese, con una capacità di circa 120mila barili al giorno, è stata colpita da almeno cinque attacchi con droni. Sono stati presi di mira serbatoi di nafta, gasolio e benzina (oggigiorno, nafta e gasolio non sono più la stessa cosa: un tempo erano sinonimi, ma ormai i diesel da autotrazione non sono più quelli di prima ed esigono un carburante ben più distillato), un impianto di miscelazione, la centrale elettrica e un desalinizzatore.
La NOC ha dichiarato che il rischio di una sospensione per cause di forza maggiore non può ancora essere del tutto scongiurato. Naturalmente, non sono attacchi partiti dal nulla. Da anni, Zawiya è teatro di scontri ricorrenti tra milizie formalmente affiliate al GNU (Governo di Unità Nazionale) di Tripoli, ma di fatto autonome e in competizione per il controllo del territorio, delle strade e dei siti energetici. Tra i principali figurano la Prima Divisione di Supporto guidata da Mohamed Bahorun detto Al Far, e altri gruppi rivali come gli Al Kabwat o ancora esponenti legati al Battaglione 103 come la Brigata Sila.
Tanto è ormai storicizzata la contesa, che gli scontri in prossimità della raffineria avevano iniziato a preoccupare già dallo scorso giugno. Del resto, è un’area dove non sempre la fedeltà al governo di Tripoli è delle più specchiate: le varie famiglie locali e così pure a Surman, Sabratha, ecc., hanno interessi propri, anche economici, che, non di rado, prevalgono su quelli dell’esecutivo. Il bello è che tutte queste milizie, spesso familiari, sono tutte legate ai vari ministeri dello stesso governo: chi agli Interni, chi alla Difesa, e così via.
La più affidabile, per Tripoli e il suo premier, è la 444a Brigata di Mahmoud Hamza insieme a qualche altra; per il resto, abbiamo capito che molti di questi problemi s’inseriscono nelle lotte tra milizie che caratterizzano il perturbato quadro libico e, soprattutto, tripolitano. Molto del petrolio lavorato a Zawiya proviene da Sharara, ma anche da El Feel, dove opera una joint-venture tra NOC ed ENI, la Mellitah. Ne deriva che se Zawiya dovesse entrare in stato di crisi, anche la joint-venture italo-libica si troverebbe a sua volta appiedata.
Dati i contemporanei problemi sul fronte del Golfo, per il nostro Paese sarebbe una situazione a dir poco indesiderabile: basti pensare che nel primo semestre l’Italia ha assorbito proprio il 45% dell’export petrolifero libico; addirittura, nei primi quattro mesi dell’anno, la Libia è stata la nostra prima fornitrice, con 5 milioni di tonnellate di greggio, quasi il 27% del nostro importato. Ancora, in caso di calo delle consegne di greggio libico, molto leggero, per sostituirlo con altri, più pesanti, occorrerebbero comunque settimane: le raffinerie devono prima essere fermate e tarate a dovere, e nel possono passare in automatico da un materiale all’altro.
Zawiya si trova nella Tripolitania costiera, sotto il controllo formale del GNU guidato da Abdulhamid Dbeibah, che l’Italia e la comunità internazionale riconoscono come unico governo legittimo. Tuttavia, i grandi giacimenti come El Feel e Sharara si trovano a sud, nel Fezzan, sotto l’influenza dal Governo di Stabilità Nazionale (GSN) di Bengasi, con l’Esercito Nazionale Libico guidato da Saddam Haftar, figlio del Generale Khalifa Haftar. La NOC, come la Banca Centrale Libica, resta un’istituzione condivisa tra due governi che coabitano nello stesso Paese, alternando scaramucce a collaborazioni spesso neanche troppo sottobanco.
Questo dualismo è nato sin dal 2011 e s’è più volte riaffacciato nella storia libica recente, in modo molto più che carsico. Il GNU, nato nel 2021 sotto egida ONU, nel settembre dello stesso anno fu sfiduciato dalla Camera dei Rappresentanti, con sede formale a Tobruk, dal momento che doveva guidare il Paese ad elezioni poi rimandate a tempo indeterminato. Di conseguenza, ritenendolo ormai superato, la Camera dei Rappresentanti nominò un esecutivo alternativo, il GNS di Bengasi, oggi guidato da Osama Hammad.
La comunità internazionale, tuttavia, preferì serbare il riconoscimento al governo di Tripoli, paventando altrimenti il rischio, in assenza di un nuovo accordo per un governo unitario, di un collasso delle istituzioni finanziarie e petrolifere libiche, con conseguente blocco delle esportazioni, e di una nuova guerra civile nel Paese senza poter disporre di un “chiaro” interlocutore. A Tripoli, la capitale, hanno infatti sede la NOC e la Banca Centrale Libica. Insomma, la comunità internazionale ha preferito congelare la crisi, con un Paese diviso – quando di più, quando di meno -, in nome di una constatazione ritenuta pragmatica e rispettosa della formalità del diritto.
Solo che, in questo modo, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU hanno finito per pesare più delle volontà interne, espresse dalla Camera dei Rappresentanti; mentre la realpolitik ha imposto di salvaguardare le consegne di petrolio e scongiurare eventuali ondate migratorie.
Col problema, però, che quel conto non ha funzionato e non avrebbe mai potuto funzionare; e, così, sempre per pragmatica realpolitik, mentre si dà riconoscimento a Tripoli, che ha il riconoscimento diplomatico e le casse dello Stato, allo stesso tempo si cercano buoni uffici pure con Bengasi, che, invece, controlla le armi, il territorio e gran parte dei pozzi. A poco serve parlar solo con chi ha il rubinetto a valle, se non si cerca un dialogo anche con chi controlla le sorgenti a monte. Non a caso, anche il nostro Paese, insieme ad altri, ha cercato di farsi strada a Bengasi mentre continua a sorreggere Tripoli: nulla di strano, lo fanno russi, turchi, egiziani, emiratini e via dicendo, e noi siamo soltanto tra quelli arrivati per ultimi. E poi anche Tripoli e Bengasi, si confrontano tra di loro, coi loro rappresentanti che s’incontrano e rinegoziano gli equilibri interni: ormai va così.
Ma adesso sembra che questo equilibrio, uno status quo invero sempre piuttosto precario, viva nuove turbative: l’uccisione ad est del Generale Fawzi al-Mansouri, capo dell’intelligence militare di Bengasi, insieme ad altre dimissioni e tensioni istituzionali, indicano una situazione la cui precarietà non si limita più alla sola Tripolitania.
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