L’FBI contro le app cinesi: ecco quelle che “ci spiano” (o potrebbero farlo)
Ogni smartphone contiene una quantità enorme di dati personali: foto, chat, posizione, perfino abitudini quotidiane. Basta però installare poche app sbagliate perché queste informazioni finiscano in mani inopportune, spesso senza che l’utente se ne accorga.
Un recente avviso dell’FBI e di altre forze dell’ordine riporta l’attenzione su un tema che tende a passare in secondo piano: non tutte le app presenti su Android e iOS sono davvero innocue, anche quando compaiono regolarmente su Play Store e App Store.
Tra i nomi citati nelle analisi del bureau compaiono (sorpresa sorpresa!) app riconducibili a ByteDance, come TikTok, WeChat e CapCut, oltre a prodotti legati al marchio Kaspersky. Non si parla di un ban globale, ma di preoccupazioni precise sulla gestione dei dati raccolti.
Il punto centrale non è tanto la singola app, quanto il potenziale legame con strutture statali o con società già finite in passato sotto indagine.
In scenari geopolitici complessi, il controllo sui server e sulle informazioni degli utenti diventa un tema delicato, soprattutto quando riguarda milioni di dispositivi.
Molte applicazioni considerate critiche hanno un elemento in comune: chiedono autorizzazioni estese, spesso non coerenti con le funzioni dichiarate. Alcuni esempi di dati a rischio includono:
- Posizione in tempo reale, anche quando l’app non ha bisogno del GPS per funzionare
- Accesso completo alla galleria foto e ai video
- Lettura dei contatti e delle chiamate
- Consultazione della cronologia di navigazione o dell’uso di altre app
In certi casi le indagini hanno rilevato la capacità di installare componenti aggiuntivi senza un consenso davvero esplicito, aprendo la strada a monitoraggio e profilazione molto più invasivi di quanto l’utente immagini.
L’FBI mette in guardia anche da quelle app che consentono di invitare amici, perché in questo modo non solo i nostri dati personali sarebbero a rischio, ma anche quelli dei nostri contatti.
Il rischio deriva principalmente dal fatto che alcune app immagazzinano tali dati in server collocati in Cina.
Ovviamente c’è sempre il rischio malware, anche se per app provenienti dagli store ufficiali questo rischio dovrebbe essere molto basso e difficilmente presente in applicazioni “famose”. Non a caso la stessa FBI invita a non scaricare app da siti o store di terze parti, a meno che non siano arcinoti.
Ma quindi cosa devo disinstallare?
In assenza di un elenco ufficiale di “app vietate“, la responsabilità della scelta ricade in gran parte sull’utente, che deve imparare a leggere alcuni segnali chiave prima di installare o mantenere un’app sul telefono.
Gli elementi principali da valutare includono:
- Identità dello sviluppatore: l’FBI ci direbbe di dubitare anche di questo fatto, se lo sviluppatore è cinese, ma occorre ricordare anche che in Europa abbiamo leggi relative alla tutela dei dati diverse da quelle USA (uno su tutti: il GDPR).
- Permessi richiesti: un’app dovrebbe limitarsi ai permessi necessari; richieste incoerenti con le funzioni offerte rappresentano un campanello d’allarme. Per fortuna comunque sia iOS che Android permettono una gestione capillare dei permessi, che possono essere concessi e revocati anche in modo selettivo e in base alla singola esecuzione.
- Recensioni e download: commenti dettagliati, numero di installazioni e presenza di segnalazioni su problemi di privacy aiutano a farsi un’idea.
- Aggiornamenti: update frequenti e note di rilascio da parte dello sviluppatore sono un buon segnale di trasparenza (sempre più raro).
In pratica, ogni volta che un’app chiede di accedere a dati sensibili o a funzioni che non sembrano indispensabili, conviene fermarsi, controllare le informazioni disponibili e, in caso di dubbi, scegliere un’alternativa più affidabile.
Alla fine, l’avviso dell’FBI è forse condizionato “dai tempi che corrono”, per usare un eufemismo e non scendere ulteriormente nel dettaglio, ma di base le raccomandazioni sono sempre quelle: la comodità di un’app non vale il prezzo di una profilazione continua. Tenere poche app, meglio selezionate e con permessi sotto controllo, resta una delle difese più concrete per proteggere la propria vita digitale.
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