Leo DiCaprio è un capo dell’FBI controverso nel film di Eastwood su Netflix che non convince la critica
Ci sono personaggi storici che sembrano fatti apposta per il grande schermo: vite talmente dense di contraddizioni, segreti e potere da sembrare già sceneggiate. J. Edgar Hoover è uno di questi. Direttore dell’FBI per otto presidenze consecutive, pioniere delle tecniche forensi moderne, collezionista ossessivo di dossier compromettenti su politici e celebrità, e probabilmente uomo tormentato da una vita privata che non poteva permettersi di vivere apertamente. Un concentrato di cinema puro, insomma. Eppure, quando Clint Eastwood decide di portare questa figura sulla pellicola con “J. Edgar”, disponibile su Netflix, il risultato è una “frustrazione affascinante“, come l’ha definita acutamente la critica. Un film che danza tra rivelazione e negazione, che si avvicina alla verità per poi ritirarsi pudicamente, lasciando lo spettatore in una terra di mezzo straniante.
Leonardo DiCaprio, sepolto sotto strati di trucco prostetico per interpretare Hoover dalla giovinezza alla vecchiaia, offre una performance solida, professionale, calibrata. È una delle tante interpretazioni di prestigio che l’attore ha collezionato dopo “Revolutionary Road”, “Blood Diamond”, “Inception”: film che sulla carta promettono grandezza ma che alla visione lasciano un vuoto sottile, una sensazione di incompiutezza. La sceneggiatura porta la firma di Dustin Lance Black, premio Oscar per “Milk”, e questo rende ancora più evidente il contrasto. Se in quel film Black aveva avuto il coraggio di immergersi completamente nella vita e nelle battaglie di Harvey Milk, politico apertamente gay, qui sembra camminare sulle uova. La natura della relazione tra Hoover e il suo vice Clyde Tolson, interpretato da Armie Hammer, viene mostrata e insieme nascosta, suggerita ma mai confermata, in un gioco di ambiguità che tradisce più timidezza che rispetto storico.
La vita di Hoover interseca alcuni dei momenti più elettrizzanti della storia americana del Novecento: il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, che diventa il filo narrativo centrale del film attraverso salti temporali che coprono decenni, le presunte relazioni safiche di Eleanor Roosevelt, che forniscono una metafora speculare per la vita segreta di Hoover stesso, l’escalation della sorveglianza governativa che prefigura l’era post-11 settembre. Sono tutti elementi potenzialmente esplosivi. Il film punta, nei suoi momenti finali, verso un apprezzamento agrodolce dell’uomo e dei suoi conflitti interiori. Ma “agrodolce” e “J. Edgar Hoover” sono termini che stonano insieme. Qui c’era materiale per un ritratto fiammeggiante, per un personaggio da amare o odiare con passione, un bullo, un visionario, un innovatore genuino del sistema giudiziario criminale americano e insieme un uomo schiacciato dalle proprie inibizioni.
Quando Hoover e Tolson hanno uno scontro che finisce con sangue e un bacio, il pubblico in sala reagisce con risatine nervose. Non perché la scena sia comica, ma perché il film stesso sembra incapace di seguire fino in fondo i propri impulsi. Nel cast di supporto, Judi Dench interpreta la madre soffocante di Edgar, un classico caso da manuale freudiano, risultando perlopiù elemento decorativo di classe, eccetto in una scena degna di Lady Macbeth dove alimenta l’odio verso se stesso del figlio riguardo alla sua attrazione per gli uomini.
“J. Edgar” è un film interessante che sembra tastare il terreno verso ciò che avrebbe potuto essere, se solo i suoi creatori avessero concordato su cosa stessero cercando di ottenere. Alla fine, comprendiamo che Hoover fosse un’anima danneggiata. Dopo aver visto “J. Edgar”, ti ritrovi con la strana voglia di un documentario di Ken Burns sull’uomo. Resta la sensazione di un’occasione mancata, di una storia troppo grande per la cornice troppo piccola in cui è stata compressa, di un personaggio che meritava o la celebrazione totale o la condanna feroce, non questa via di mezzo rispettosa che lo rende, paradossalmente, quasi rispettabile.
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