L’editoriale – 23 settembre 1943, Mussolini tornò al potere ma Hitler si era già preso Trieste
23 settembre 2026 – ore 06:30 – Il 23 settembre 1943 Benito Mussolini tornava formalmente alla guida di uno Stato fascista, quella Repubblica Sociale Italiana destinata ad amministrare, sotto una pesantissima dipendenza dalla Germania, una parte dell’Italia occupata, ma a Trieste il nuovo governo nasceva praticamente già in ritardo, perché Berlino aveva sistemato la questione del confine orientale quasi due settimane prima, quando Hitler aveva disposto la costituzione della Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, comprendente Trieste, Gorizia, Udine, Pola, Fiume e Lubiana, territori ufficialmente ancora legati all’Italia ma sottratti di fatto alla normale giurisdizione della RSI e sottoposti a un controllo tedesco assai più diretto di quello esercitato nel resto dell’Italia settentrionale. La successione delle date, in questo caso, possiede una cattiveria che rende quasi superfluo il commento: il 10 settembre Berlino aveva già impostato l’amministrazione speciale del Litorale Adriatico e Friedrich Rainer sarebbe diventato il supremo commissario tedesco della zona, il 12 settembre Mussolini veniva liberato dal Gran Sasso e soltanto il 23 prendeva forma il nuovo regime repubblicano, sicché mentre il fascismo cercava ancora di capire come ricostruire ministri, prefetture, partito ed esercito, la Germania aveva già deciso quale fosse il margine concesso agli italiani in una delle regioni che il Ventennio aveva caricato più di ogni altra di retorica nazionale; per vent’anni il fascismo aveva spiegato che sul confine orientale non si sarebbe ceduto un centimetro, poi bastarono pochi giorni perché scoprisse che i centimetri, quando li misura chi dispone dell’esercito, possono trasformarsi con notevole rapidità in intere province. Ed è proprio qui che la vicenda assume una sfumatura quasi grottesca, perché Trieste era stata trasformata dal fascismo in una specie di santuario politico dell’italianità, luogo della vittoria del 1918, del confine conquistato e della patria finalmente compiuta, mentre nel settembre 1943 l’alleato tedesco dimostrava di avere un concetto molto meno sentimentale della geografia e molto più interessato al porto, alle ferrovie, all’Adriatico e alle comunicazioni con i Balcani; non serviva cancellare formalmente l’Italia dalle carte, bastava lasciare agli italiani le targhe sugli uffici e assicurarsi che le decisioni importanti venissero prese altrove, metodo abbastanza efficace perché consente di conservare l’apparenza della sovranità risparmiandosi l’inconveniente di lasciarne anche l’esercizio.
La vicenda della prefettura spiega la situazione meglio di parecchi trattati, perché a Trieste neppure una designazione proveniente dal governo fascista bastava necessariamente per trasformare un uomo nel rappresentante dello Stato: le autorità tedesche respinsero un prefetto indicato da Mussolini e alla fine Bruno Coceani, figura proveniente dall’ambiente nazionalista e indicata anche dagli industriali locali, venne nominato prefetto da Rainer, che controllava direttamente la struttura amministrativa della zona; il fascismo repubblicano poteva dunque continuare a proporre uomini e rivendicare la propria presenza, ma sul confine orientale aveva ormai scoperto quella differenza, piuttosto spiacevole per qualsiasi governo, tra il diritto di suggerire e il potere di decidere. Qualche settimana dopo arrivò un particolare ancora più eloquente, e questa volta non c’erano bisogno né carri armati né ordinanze per comprenderlo, perché nel novembre 1943 il primo contatto telefonico tra Mussolini e Coceani avvenne attraverso linee telefoniche tedesche, e il prefetto, secondo quanto avrebbe poi ricordato, disse al capo del fascismo repubblicano che quella era la prima voce che sentiva provenire dall’Italia; difficile trovare una fotografia più precisa del nuovo equilibrio, perché il regime che aveva trascorso vent’anni a ripetere che Trieste fosse inseparabile dalla patria si trovava nella condizione di dover passare attraverso l’infrastruttura dell’occupante perfino per mettere in comunicazione il proprio capo con il prefetto della città. Questo non significa che la RSI fosse semplicemente assente da Trieste, né che mancassero fascisti italiani pronti a collaborare con l’occupazione tedesca, perché entrambe le affermazioni sarebbero false, e le stesse carte amministrative dimostrano che continuarono a esistere uffici, magistrature, apparati e strutture riconducibili formalmente alla Repubblica Sociale; significa però che sopra quella presenza esisteva una catena di comando tedesca capace di controllare prefetti e podestà, emanare proprie ordinanze e decidere direttamente su materie decisive, tanto che la storiografia ha descritto il Litorale Adriatico come un territorio sottoposto a un controllo germanico molto più stretto rispetto al resto dell’Italia occupata. È questo, più della semplice nascita della Repubblica di Salò, che rende il 23 settembre 1943 una data particolarmente interessante per Trieste, perché Mussolini tornava alla guida di un governo proprio mentre uno dei luoghi sui quali il fascismo aveva costruito una parte importante della propria mitologia nazionale mostrava quanto poco valessero ormai quella mitologia, le formule solenni e perfino certe nomine quando dall’altra parte c’era un alleato che disponeva degli uomini armati, degli uffici decisivi e dell’ultima parola. Il 23 settembre 1943 Mussolini poteva dunque annunciare di avere nuovamente uno Stato, ma a Trieste quel nuovo Stato arrivava quando i conti erano già stati fatti: Berlino aveva impostato il proprio sistema di governo dal 10 settembre, prima ancora che Mussolini venisse liberato, e sul confine che il fascismo aveva trasformato per vent’anni nella prova suprema dell’italianità una decisione italiana poteva ormai valere meno dell’approvazione di un funzionario tedesco; Mussolini aveva ritrovato un governo, ma su Trieste Hitler aveva già deciso quanto quel governo potesse contare.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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