Friuli Venezia Giulia

L’editoriale – 100 mila sui social: abbiamo scelto la credibilità al trash e i lettori ci hanno premiato

6 settembre 2026 – ore 17:00 – Centomila è una cifra abbastanza tonda da diventare subito sospetta, perché appena compare dentro una redazione viene voglia di stamparla grande, metterci sotto un “grazie”, aggiungere due fotografie sorridenti e convincersi che il lavoro sia finito proprio nel momento in cui, generalmente, comincia quello più difficile; per questo, quando negli ultimi giorni la somma delle community di Trieste News sulle diverse piattaforme ha superato quota 100 mila iscrizioni complessive, la prima cosa che mi è venuta in mente non è stata festeggiare, ma ricordare da dove eravamo partiti. Quando assunsi il coordinamento editoriale di Trieste News nel giugno del 2025, incarico al quale seguì nell’ottobre dello stesso anno la direzione responsabile della testata, quelle iscrizioni erano circa 40 mila; oggi, poco più di un anno dopo, ne abbiamo aggiunte circa 60 mila, una crescita che racconta certamente qualcosa dei numeri, ma soprattutto racconta un cambiamento nel modo in cui questa redazione ha deciso di lavorare, di stare sul territorio e di raggiungere i propri lettori. Naturalmente potremmo raccontarla in maniera molto più semplice, come si fa ormai con qualunque successo digitale: una bella grafica, qualche percentuale, la parola community utilizzata abbastanza volte da farla sembrare una strategia e tutti a casa soddisfatti. Ma sarebbe un peccato, perché il dato interessante non sono i centomila. È come ci siamo arrivati.

Su Facebook siamo passati da circa 37.500 a 63.500 follower, su Instagram da circa 2.500 a 22.500, su TikTok, dove partivamo da poco più di 1.500 persone, abbiamo superato gli 11 mila, mentre YouTube e Telegram conservano comunità sostanzialmente stabili e il canale WhatsApp di Trieste News, aperto nel settembre del 2025, conta oggi oltre 1.500 iscritti; numeri ai quali se ne aggiunge uno che considero assai più importante di qualsiasi conteggio social, perché nello stesso periodo sono aumentati gli accessi, le letture e il pubblico che ogni giorno arriva sul sito della testata, e proprio qui la questione smette di essere una faccenda da social media manager e torna a essere ciò che dovrebbe interessarci davvero, cioè una questione di giornalismo. Sarebbe infatti scorretto sostenere che centomila iscrizioni equivalgano a centomila lettori diversi, perché una stessa persona può seguirci contemporaneamente su Facebook, Instagram, TikTok e WhatsApp, e confondere deliberatamente le due cose sarebbe molto comodo per chi deve vendere numeri ma assai meno elegante per un giornale che, proprio mentre rivendica la propria credibilità, dovrebbe evitare di trasformare la matematica in propaganda; i social, per come li intendiamo noi, sono una porta, mentre il giornale resta la casa, e non abbiamo mai avuto particolare interesse a collezionare persone sul pianerottolo se poi nessuno entra dentro.

In altre parole, non abbiamo portato il giornale sui social, abbiamo portato il giornalismo dove oggi sono i lettori, che sembra una distinzione semantica e invece rappresenta quasi tutto, perché il giornalismo ha sempre avuto con il futuro un rapporto piuttosto curioso: lo racconta ogni giorno con grande sicurezza e, non appena il futuro comincia a riguardare lui, tende a guardarlo con il sospetto di una vecchia zia davanti a un elettrodomestico nuovo; è successo con la radio, con la televisione, con internet e poi con Facebook, Instagram, TikTok e WhatsApp, e ogni volta qualcuno ha annunciato la morte del mestiere, salvo poi scoprire che il mestiere era ancora lì e che a scomparire erano stati soprattutto quelli che avevano confuso il mestiere con il mezzo attraverso il quale veniva esercitato. Un giornale, infatti, non è la carta, non è un sito, non è Facebook, non è TikTok e non è neppure un video, perché un giornale è prima di tutto una promessa fatta al lettore: quello che ti sto raccontando l’ho verificato meglio che potevo; tutto il resto è distribuzione, eppure sopravvive ancora una parte del nostro ambiente convinta che utilizzare TikTok significhi automaticamente diventare frivoli, che un video verticale sia culturalmente inferiore a un articolo di seimila battute e che l’autorevolezza consista essenzialmente nel continuare a parlare ai lettori del 2026 come si parlava a quelli del 2006, posizione perfettamente rispettabile, naturalmente, allo stesso modo in cui all’inizio del Novecento era probabilmente rispettabile chi considerava l’automobile una moda passeggera e continuava con ostinazione a investire nei cavalli.

Il problema, dunque, non è essere o non essere sui social, ma che cosa si decide di farci, e noi abbiamo scelto una strada che non era necessariamente la più semplice né quella che garantisce nell’immediato i risultati più rumorosi, perché abbiamo preferito la credibilità al trash sapendo perfettamente che il trash funziona, che un titolo urlato funziona, che una polemica inutile può funzionare ancora meglio, che un personaggio capace di gridare davanti a una telecamera ottiene spesso più attenzione di dieci persone che ragionano e che un video costruito sul nulla può produrre migliaia di visualizzazioni in poche ore, con un solo piccolo inconveniente: il trash porta numeri molto in fretta, mentre la credibilità deve riuscire a trattenerli. Non significa, beninteso, rivendicare il diritto a essere noiosi, perché essere noiosi non è sinonimo di essere seri e spesso è soltanto la prova che non si è saputo raccontare bene una storia; significa piuttosto cercare di pubblicare una notizia rapidamente senza pubblicarla male, fare un video senza trasformarlo in una sceneggiata, usare una grafica senza ridurre ogni questione a uno slogan e stare su TikTok senza convincersi, dalla sera alla mattina, che per parlare a un diciottenne sia necessario comportarsi come un dodicenne. Abbiamo sbagliato anche noi, naturalmente, e continueremo a sbagliare, perché chi produce molto e sostiene di non sbagliare mai o mente o produce molto poco, abbiamo corretto formati che non funzionavano, cambiato impostazioni, abbandonato idee che sulla carta sembravano assai migliori di quanto si siano poi dimostrate nella realtà e modificato il nostro modo di lavorare quando era necessario farlo, perché una redazione cresce anche quando possiede abbastanza intelligenza per capire che qualcosa non funziona e abbastanza umiltà per non innamorarsi dei propri errori.

La crescita di questi mesi, del resto, non è nata in una riunione nella quale qualcuno ha scritto la parola engagement su una lavagna, ma molto più banalmente alle sette del mattino, quando bisogna capire che cosa è successo durante la notte, alle due del pomeriggio, quando una notizia cambia mentre la stai scrivendo, e la sera, quando il telefono squilla proprio nel momento in cui avevi commesso l’imprudenza di pensare che la giornata fosse finita; nasce da una fonte che non torna e che quindi va richiamata, da un articolo riscritto perché nel frattempo i fatti sono cambiati, da una grafica preparata mentre qualcun altro è già sulla cronaca successiva, da un video montato quando fuori dalla redazione sta già accadendo qualcosa che costringerà tutti a ricominciare. È questa la parte che nessun contatore di follower riesce a mostrare ed è, naturalmente, quella che considero più importante, perché nello stesso periodo abbiamo aumentato nettamente la produzione giornalistica, con più cronaca, più attualità, più politica, più eventi, più approfondimenti e soprattutto più presenza sul territorio, insieme a un incremento degli articoli, della tempestività degli aggiornamenti, della produzione video, del lavoro grafico e dell’utilizzo dei nuovi media, mentre sono nati format e modi di lavorare differenti, come gli approfondimenti di Faglia Doppia, scritti a quattro mani, perché una redazione non dovrebbe essere una collezione di firme che abitano casualmente la stessa testata, ma un organismo nel quale le competenze si incrociano, le informazioni passano da una persona all’altra e una storia, quando possibile, esce migliore di come era entrata. E soprattutto una redazione locale deve conoscere il proprio territorio abbastanza da non scoprirlo attraverso un comunicato stampa, perché Trieste non è una metropoli da milioni di abitanti e proprio questo rende il dato della crescita ancora più interessante: in una città nella quale tutti hanno almeno l’impressione di conoscere tutti, conquistare nuovi lettori significa riuscire a raggiungere persone che fino al giorno prima non avevano scelto noi per informarsi, e alla fine il numero che conta davvero non è quante persone ci hanno trovati una volta, ma quante hanno deciso di tornare.

Ho l’onore di dirigere una redazione giovane, espressione sulla quale però occorre intendersi, perché giovane non significa inesperta, improvvisata e tanto meno obbligata a comportarsi da adolescente per avere il diritto di parlare agli adolescenti, significa piuttosto avere meno alibi quando si tratta di capire che le nuove generazioni non stanno aspettando pazientemente che il giornalismo insegni loro come dovrebbero informarsi e che, forse, per troppi anni abbiamo commesso un errore piuttosto arrogante domandandoci perché i giovani non leggessero più i giornali anziché chiederci se i giornali stessero facendo abbastanza per farsi leggere dai giovani. Non spetta a un diciottenne adattarsi alle nostre abitudini, spetta a noi raggiungerlo senza trattarlo da idiota, sapendo che oggi un ragazzo di vent’anni può incontrare una notizia su TikTok, approfondirla su Instagram, ricevere un aggiornamento attraverso WhatsApp e arrivare infine all’articolo completo sul sito, percorso che per qualche nostalgico potrà apparire poco ortodosso ma che per noi ha un nome molto più semplice: un nuovo lettore. Il nostro compito non consiste quindi nel spiegargli come dovrebbe leggere un giornale, ma nel dimostrargli che vale ancora la pena farlo, e questa è probabilmente una delle sfide decisive dell’informazione locale dei prossimi anni: imparare linguaggi nuovi senza diventare ridicoli nel tentativo di sembrare giovani, essere veloci senza diventare superficiali, popolari senza diventare populisti, conoscere gli algoritmi senza affidare loro la linea editoriale e, soprattutto, mantenere quel rapporto con il territorio senza il quale una testata locale perde semplicemente la ragione per cui esiste. Bisogna esserci nelle istituzioni e nei quartieri, nelle conferenze stampa e sulle strade, nelle emergenze e nella vita ordinaria, nelle grandi storie che tutti raccontano e in quelle piccole che spesso non fanno rumore proprio perché nessuno si è ancora preso la briga di raccontarle, e forse è questo lavoro quotidiano, molto meno spettacolare di una cifra scritta in grande su una grafica ma infinitamente più importante, che i centomila non riescono a fotografare completamente e che tuttavia li ha prodotti.

I numeri cambieranno ancora, qualche piattaforma crescerà, qualcun’altra passerà di moda e probabilmente ne nascerà una nuova esattamente nel momento in cui avremo finalmente imparato a utilizzare decentemente quella precedente, ma poco importa, perché centomila non sono un punto d’arrivo: sono centomila volte in cui qualcuno ha deciso di fermarsi davanti a un nostro contenuto, e il difficile, come accade quasi sempre in questo mestiere, comincia proprio quando si potrebbe avere la tentazione di credere di avercela fatta, perché ora bisognerà convincere quelle persone a fermarsi ancora domani. I follower si conquistano in mesi, i lettori negli anni e la credibilità, soprattutto in una città che prima o poi ti incontra per strada, si perde in un pomeriggio.

Il direttore respondabile

Francesco Viviani

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