Sport

Le Odissee di Navarro, Tsitsipas e Alcaraz

Se questa estate vi siete goduti la visionaria “Odissea” di Christopher Nolan oppure, un paio d’anni fa, il bellissimo “Il ritorno” di Uberto Pasolini, non vi sorprenderà che gli antichi greci avessero provveduto a definire con precisione la sindrome del rientro. La parola è “nostos” e identifica un percorso attraverso le difficoltà e l’ignoto per ritrovare la propria identità.

Capita anche nel tennis. Per esempio, c’è chi “parte” agonisticamente e fatica a tornare perché non riesce più a competere. È il caso del più popolare e vincente tennista greco di sempre, Stefanos Tsitsipas, due finali di slam, un successo nelle ATP Finals, numero 3 al mondo a 23 anni nel 2021, che davamo per disperso nello spirito pur se presente fisicamente nei tornei. Invece, gli Us Open ce lo stanno restituendo tutto intero. Un ritorno che fa piacere.

Poi ci sono i rientri dagli infortuni, che il “Return to Sport Continuum”, il consensus statement pubblicato nel 2016 sul British Journal of Sports Medicine, classifica come un processo in tre tappe: ritorno alla partecipazione (allenarsi), ritorno allo sport (competere), ritorno alla performance (rendere ai livelli precedenti). È esattamente quanto sta facendo Alcaraz a Flushing Meadows.

Infine c’è la paura del reinfortunio, tecnicamente “chinesiofobia”: l’atleta ritorna in scena guarito/a ma protegge inconsciamente l’arto colpito, altera i movimenti e paradossalmente aumenta il rischio di farsi male altrove. Si misura con una scala dedicata, la Tampa Scale. La relativa variante è ben rappresentata da Emma Navarro, che soffre di ipotiroidismo, una disfunzione della tiroide che rallenta il metabolismo, prosciuga le energie e provoca variazioni di peso indipendenti da dieta e allenamento.

Tutti e tre i nostri “ritornanti” sono in campo oggi a Flushing Meadows. Per cavalleria, comincio dalla fine, dall’americana. A inizio stagione i suoi risultati sono crollati: dall’Australian Open in poi sette sconfitte in nove partite, fino al tentativo umiliante di ripartire da un WTA 125 ad Austin. A metà marzo si è fermata, saltando Miami e il torneo di casa a Charleston. È rimasta fuori oltre due mesi. La diagnosi precisa è diventata pubblica solo il 2 luglio, rivelata in diretta dalla ESPN durante il match di Wimbledon contro Marta Kostyuk: la stessa Emma non aveva mai nominato la condizione, pur avendo ammesso al Roland Garros che il tour, con i viaggi continui e lo stress su corpo e mente, aveva aggravato il suo problema. Aveva anche riconosciuto il peso delle 78 partite giocate nel 2024, il massimo del circuito, seguite da altre 57 nel 2025. Dal numero 8 del 2024 era scivolata intorno al numero 25. Rientrata in circuito, vince il titolo a Strasburgo, raggiunge la finale a Nottingham e il terzo turno a Wimbledon. Agli UsOpen sta giocando bene, anche se non è più la ragazza muscolosa ma filiforme di tre stagioni fa.

La vicenda di Tsitsipas è più lunga e complessa. Il ragazzo che aveva fatto penare i Fab Three a fine carriera (appena un po’, a dire il vero) si è perso per strada un pezzo alla volta. Prima la schiena, un dolore cronico che gli ha tolto la fiducia nel servizio e nel rovescio a una mano, il più elegante del circuito. Poi la famiglia: la separazione professionale dal padre Apostolos, allenatore di sempre, consumata tra le telecamere e i rimbrotti in tribuna. Quindi il tentativo con Goran Ivanisevic, durato poche settimane nell’estate 2025 e chiuso con il croato che raccontava pubblicamente di non aver mai visto un giocatore così fuori condizione. Dopo due stagioni senza superare un terzo turno negli slam, qui a New York, dove in otto partecipazioni non aveva mai raggiunto la seconda settimana, Stefanos elimina al primo turno Arthur Fils, reduce dal trionfo di Cincinnati, e al terzo Jiri Lehecka, numero 19 del seeding, rimontando da un set sotto: 2-6 6-1 7-6 6-1, con un tiebreak dominato. Merito, dice lui, di una schiena che finalmente non fa più male, “mi diverto, essere senza dolore mi rende felice”. Twitta “Three down, four to go”, tre partite fatte, ne mancano quattro: il conto di chi addirittura pensa al titolo.

Alcaraz, ovviamente, è tutta un’altra storia. Il campione in carica di New York arriva da un’annata spezzata in due. Il primo febbraio a Melbourne rimonta Novak Djokovic in finale, 2-6 6-2 6-3 7-5, e a 22 anni diventa il più giovane della storia a completare il career grand slam.

Carlos Alcaraz

Carlos Alcaraz 

Sembra l’inizio di una stagione di dominio, è invece il culmine: da lì un solo titolo, a Doha in febbraio, poi il polso destro comincia a fare male. Il 24 aprile annuncia sui social la resa alla prudenza: niente Roma, niente Roland Garros, dove avrebbe difeso i due titoli consecutivi. Seguono le rinunce al Queen’s e a Wimbledon. Quasi cinque mesi senza partite ufficiali, un’eternità per chi aveva monopolizzato, con Jannik Sinner, nove slam consecutivi. Flushing Meadows è dunque il suo laboratorio di rientro, con le tappe del “Return to Sport Continuum” ridotte e accelerate: la partecipazione se l’era ripresa in estate, sui campi di allenamento; lo sport se lo sta riprendendo adesso, sui campi principali del Queens, con la sequenza di successi via via più rassicuranti contro Roman Safiullin, Jaime Faria e Wu Yibing.

Mancano solo i risultati delle ultime ore, no? Navarro, superate Lois Boisson in tre set al primo turno, Caty McNally nel derby americano al secondo e la testa di serie numero 7 Karolina Muchova venerdì, oggi chiude la sessione serale dell’Arthur Ashe contro Anna Kalinskaya, che aveva eliminato Elina Svitolina, e non le lascia scampo: 6-4 6-2 in un’ora e 21 minuti, solidissima al servizio e chirurgica nei game di risposta. È di nuovo nei quarti, come nella corsa del 2024 finita in semifinale, e martedì troverà Jessica Pegula in un derby che garantisce già un’americana tra le migliori quattro. La ragazza che a marzo falliva la ripartenza da un WTA 125 è tornata dove l’avevamo lasciata.

Tsitsipas invece si ferma qui, e non per colpa del nostos. Sull’Arthur Ashe trova un Ben Shelton scatenato, che serve come un martello e gli concede appena le briciole: 6-2 6-3 6-4 in un’ora e 51 minuti, con il primo set chiuso in 31 minuti e una visita medica sul 6-2 5-2 a certificare la serata storta. Il greco non riesce mai a mettere in campo il tennis dominante dei giorni migliori, ma esce da New York con una classifica risalita a ridosso dei primi 40. Il suo viaggio di ritorno continua, Itaca adesso compare all’orizzonte.

Alcaraz supera di slancio l’esame Tommy Paul, l’americano che aveva raggiunto gli ottavi a Melbourne l’inverno scorso, lo liquida in tre set, 6-4 6-3 6-4 in due ore e 21 minuti, con un break per parziale e il servizio mai concesso davvero. La progressione del rientro è ormai leggibile a occhio nudo: ogni partita più pulita della precedente, il dritto che torna a scattare senza esitazioni, la palla corta di nuovo giocata d’istinto e non di calcolo. Impressionante. Nei quarti lo aspetta proprio Shelton, il giustiziere di Tsitsipas.

Bentornati, ragazzi.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »