Piemonte

Le estati perdute di Lalla Romano villeggiante a Cheneil


Quando c’era la villeggiatura, quando c’erano i villeggianti. Quando le vacanze non erano una fatica di Sisifo, ma si assaporavano rinnovando, estate dopo estate, la fedeltà a un luogo e a una dimora dove a respirare era il lessico famigliare, su per li rami di un sempreverde albero genealogico.

Sono due gli scrittori piemontesi che rendono omaggio a quel costume già nel titolo di due loro libri. Mario Soldati (La messa dei villeggianti) e Lalla Romano (La villeggiante e altri racconti, Mondadori). Entrambi nati nel 1906, lui evocato dalla scrittrice in Una giovinezza inventata, un album della Torino anni Venti: “Mario S. era già un personaggio, molto brillante; era smilzo, bruno, pallido: ironico, pronto al riso e alla malinconia. Mi corteggiava, in certo suo modo. Non avevo mai creduto alla sua ammirazione: eccessiva e insieme distratta”.

Per una trentina d’anni Lalla Romano trascorse le estati in valle d’Aosta, a Cheneil, nel suo journal ribattezzata Pralève, due ore di mulattiera per raggiungere il villaggio che non esiterà a gemellare con Demonte, dove nacque. L’alfabeto avaro e i toni bruschi della gente indigena naturalmente la riconducevano alla sua Provincia Granda. “Riconobbi i modi e il linguaggio anche della mia lontana valle nativa. Avevo quasi ripudiato, quasi cercato di dimenticare tale linguaggio ritenuto incivile; ma adesso che in un certo senso ritornavo, mi era grato risentirlo e non intendevo giudicarlo”.

Una prosa ossuta, “giansenista”, austera rispecchia i passi così liberi così ostinati di Lalla Romano, tra cespugli “sempre più folti e confusi”, al cospetto del Grand Tournalet, “dalla cima arrotondata e nevosa”, esplorando costoni, vallette, sentieri, issandosi – un’atmosfera buzzatiana – “su rocce e macigni traballanti, sempre più grandi come in certi incubi”.

Una solitaria tra gente solitaria, la villeggiante, scolpita in un silenzio che le avrà rammentato – ulteriore gemellaggio – un verso dell’amico Cesare Pavese: “Tacere è la nostra virtù”. Una varietà di chicchi individui mai destinati a confondersi, ciascuno intabarrato nella sua inviolabile sovranità. “Tutti i suoi incontri umani – osserverà un lettore ideale quale Primo Levi – sono magici: non c’è mai traccia di un’antipatia o anche di un giudizio, ma una distanza che trasfigura”. La donna che “aveva un’aria insieme monacale e aristocratica”, il frate che “riportava a qualcosa di antico, di intatto”, la guida con la “faccia di cuoio violaceo, un po’ grifagna”…

Chi nella prosa di Lalla Romano intravide la poesia di Montale? Una lezione di stile al diapason. Quando, arrivata in cima al Tournalet, dipingerà il paesaggio (lei allieva di Felice Casorati, quindi di una sicura classicità): “…una punta esilissima della Grande Parete, un po’ uncinata come il dente di un’alabarda, una macchia leggera di sangue chiaro, e quasi nello stesso tempo una uguale sullo spigolo rigido, verticale, del Chenu…il vermiglio si posa come tingesse. Il battito del ciglio fa sembrare che i tocchi si allarghino a scatti”.

La malìa di Pralève-Cheneil, che si rinnoverà oltre le estati. Lalla Romano, il cuore nordico che è, nel suo journal Un sogno del nord vi salirà in autunno, trovando “la stessa solitudine, ma un silenzio più assoluto”. Magari riconciliandosi con Gozzano, in gioventù non amato, rientrando all’ora del crepuscolo: “Tra le foglioline scarlatte dei mirtilli, le ultime cavallette si trascinano penosamente. Non saltano più. Forse stanno per morire”. A richiamare un romanzo della Villeggiante debitore del titolo a Proust, La penombra che abbiamo attraversato, di Proust condividendo la poetica: “…i veri libri devono esser figli non della piena luce e della conversazione, ma dell’oscurità e del silenzio”.

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