le direttive dalla cella, il metodo mafioso e il pizzo sul carico sequestrato
Impartire ordini dal chiuso di una cella giudiziaria o dirigere le rotte dei narcotraffici al riparo di una latitanza dorata in terra spagnola. Per la cupola criminale che riforniva di cocaina i quadranti della periferia romana, le sbarre di un carcere o la latitanza non hanno mai rappresentato un ostacolo per la continuità degli affari.
A spezzare la catena di comando di un’organizzazione internazionale spietata e ramificata è arrivato all’alba un imponente blitz coordinato dal Centro Operativo della DIA di Roma, che insieme agli uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per sei persone.
L’accusa tratteggiata dalla Procura capitolina descrive uno scenario da vera e propria piovra del narcotraffico: traffico internazionale di stupefacenti ed estorsione, il tutto blindato e rafforzato dall’aggravante del metodo mafioso.
La regia a distanza e il monopolio sui fortini dello spaccio
Il filo investigativo si è srotolato partire dai primi mesi dell’anno, quando gli accertamenti degli specialisti dell’Antimafia hanno iniziato a mappare le rotte del narcotraffico dirette verso la Capitale. Un flusso costante e imponente di sostanza stupefacente indirizzato prioritariamente a saturare la piazza della Roma Est e i due storici fortini dello spaccio rionale: San Basilio e il Tufello.
Gli inquirenti hanno ricostruito minuziosamente l’architettura del gruppo, scoprendo come due dei principali indagati mantenessero saldo il timone dell’impresa illecita: da un lato le disposizioni filtrate dalle strutture detentive, dall’altro le direttive trasmesse dalla Spagna, usata come base logistica per orchestrare l’approvvigionamento dei carichi e smistare gli ordini sul territorio capitolino.
Il pizzo da 750mila euro sul carico intercettato dalla Polizia
Ma a rivelare la caratura e la pericolosità sociale del sodalizio è stato soprattutto l’approfondimento degli episodi estorsivi, condotti con la forza dell’intimidazione violenta.
Quando le forze dell’ordine hanno intercettato e sequestrato un carico record di 20 chilogrammi di cocaina destinato ai grossisti di San Basilio e del Tufello, la cupola non ha inteso ragioni né accettato perdite d’impresa.
Nonostante la merce fosse finita sotto i sigilli della Magistratura, i vertici della rete si sono rivalsi direttamente sui narcos locali pretendendo l’immediato saldo della partita: una cifra monstre di 750.000 euro.
Per piegare le resistenze dei compratori territoriali e costringerli a pagare un carico mai arrivato sulle piazze di spaccio, l’organizzazione ha attivato la leva delle minacce e della sopraffazione fisica tipica dei clan di stampo mafioso.
Con la notifica delle ordinanze emesse dal Tribunale di Roma, per i sei indagati si sono aperte le porte dei bracci di massima sicurezza, ponendo fine al loro dominio sui mercati della droga della Capitale.
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