Le democrazie avvantaggiano chi partecipa: ecco perché i giovani arrivano dopo. In Umbria di più

Sui giornali senz’altro se ne parla. Ma più spesso il tema passa dalle tavole apparecchiate in casa, all’ombrellone, dalle conversazioni telefoniche alle chiacchiere al bar. Parliamo di chi è avvnataggiato nelle democrazie. E’ non è una novità che le analisi politologiche portano alla conclusione che ad avvantaggiarsi siano quelli maggiormente rappresentati da chi decide e quelli che più partecipano. E’ un battibecco che va avanti da tempo, da quando cioè misurandosi con la spesa pubblica, i soldi di tutti, c’è chi più paga e chi più ottiene. Ad esempio un baby pensionato ha pagato pochi contributi e ottenuto molta pensione. Mentre un giovane a lavoro ora, pagherà molto più a lungo contributi per ottenere una pensione ben più ridotta. Insomma l’antica disputa su una spesa pubblica basata sul debito che grava sulle future generazioni.
Le democrazie europee stanno cambiando volto e il cambiamento più profondo non riguarda soltanto i partiti, le ideologie o la partecipazione al voto. Riguarda il tempo. Il tempo di chi decide oggi e quello di chi dovrà convivere domani con le conseguenze di quelle decisioni. È il punto centrale dell’analisi pubblicata sul Corriere della Sera da Maurizio Ferrera, politologo italiano, professore emerito di Scienza politica all’Università degli Studi di Milano, che individua nell’invecchiamento dell’elettorato uno dei grandi problemi delle democrazie contemporanee: non perché gli interessi degli anziani siano meno legittimi di quelli dei giovani, ma perché un sistema politico nel quale il peso elettorale si sposta progressivamente verso le generazioni più adulte può essere portato a privilegiare ciò che produce vantaggi immediati rispetto a ciò che costruisce benefici nel lungo periodo.
Il dato da cui partire è quello dell’età mediana. In Italia oggi la persona che divide esattamente la popolazione in due blocchi generazionali, metà più giovane e metà più anziana, ha circa 49 anni. Nel 1980 questo valore era di 34 anni, nel 2000 era già salito a 40. Se però si considera soltanto chi ha diritto al voto, escludendo quindi i minorenni, il punto centrale dell’elettorato si sposta ancora più avanti: l’elettore mediano italiano arriva intorno ai 58 anni.
È un cambiamento che modifica inevitabilmente gli incentivi della politica. I giovani rappresentano una quota più ridotta degli elettori effettivi e partecipano mediamente meno al voto; gli anziani sono più numerosi e più presenti alle urne. Le politiche pubbliche finiscono quindi più facilmente per intercettare le domande di chi ha oggi maggiore capacità di incidere sulle decisioni.
Ferrera definisce questo meccanismo un “pregiudizio temporale”: una tendenza delle istituzioni democratiche a privilegiare il presente rispetto al futuro. Il problema emerge quando una scelta politica produce benefici concentrati su una generazione e trasferisce costi sulle successive.
L’esempio del Superbonus è emblematico. Al di là della valutazione complessiva della misura, la questione generazionale riguarda il meccanismo di finanziamento: una parte significativa del costo è stata spostata nel tempo attraverso il debito pubblico, lasciando ai contribuenti futuri una quota degli oneri. Un ragionamento analogo riguarda le scelte previdenziali: ogni anticipazione dell’uscita dal lavoro può rappresentare un vantaggio immediato per chi accede alla pensione, ma comporta un maggiore peso per il sistema contributivo e fiscale che dovranno sostenere i lavoratori successivi.
Il punto sollevato da Ferrera non è quindi una contrapposizione tra giovani e anziani. Una democrazia deve proteggere chi è anziano, così come deve garantire opportunità a chi è giovane. La questione è diversa: se la rappresentanza politica riflette soprattutto il peso numerico degli elettori attuali, rischia di lasciare meno spazio agli interessi di chi subirà più a lungo gli effetti delle decisioni prese oggi.
Per questo alcuni Paesi hanno iniziato a costruire strumenti capaci di introdurre una valutazione degli effetti generazionali delle politiche. Il caso più noto è quello della Finlandia, dove il Parlamento dispone da anni di un Comitato per il futuro incaricato di analizzare le trasformazioni di lungo periodo e portare nel dibattito politico temi che difficilmente emergerebbero nel normale ciclo elettorale. Oggi si definirebbe un algoritmo, che calcola con criteri maggiormente distributivi, il costo di scelte politiche sulle generazioni.
Anche l’Italia ha introdotto un primo strumento con la Valutazione di impatto generazionale dei provvedimenti legislativi, la sua efficacia tuttavia dipenderà dalla capacità di trasformarla da principio teorico a pratica concreta.
Il tema assume una dimensione particolare in Umbria, perché qui lo squilibrio generazionale è più marcato rispetto alla media nazionale. Elaborando la distribuzione della popolazione residente, la persona mediana umbra, cioè quella che divide la popolazione regionale in due parti uguali per età, si colloca intorno ai 52 anni, circa tre anni sopra il dato nazionale. Significa che metà degli umbri ha meno di questa età e metà ne ha di più. Il dato nazionale è invece intorno ai 49 anni. Ma il dato ancora più significativo riguarda l’elettorato. Eliminando dalla distribuzione i minorenni, che non partecipano al voto, il baricentro anagrafico si sposta ulteriormente: l’elettore mediano umbro si colloca attorno ai 60 anni, quindi circa due anni oltre il valore nazionale stimato intorno ai 58 anni. Un calcolo rapido sull’assemblea legislativa dell’Umbria porta a un’età mediana di 49 anni, ovvero 3 anni in meno della mediana generale di questa regione e anche dell’età mediana del Parlamento italiano.
Questi numeri non significano automaticamente che la politica umbra sia “degli anziani”. Sarebbe una lettura semplicistica. Indicano però che le priorità percepite dal corpo elettorale regionale si formano in una società nella quale una parte molto consistente degli aventi diritto al voto appartiene alle generazioni nate prima o durante gli anni del boom economico.
Questo elemento ha conseguenze concrete. Una regione con un elettorato più maturo tende inevitabilmente ad avere una maggiore domanda di protezione sociale, servizi sanitari, assistenza alla non autosufficienza e sicurezza economica. Sono esigenze reali, che richiedono risposte pubbliche. Ma lo stesso equilibrio demografico rende più difficile mantenere sufficiente attenzione verso temi i cui benefici si vedranno tra dieci o vent’anni: formazione, attrazione di investimenti, politiche per il lavoro qualificato, casa per le nuove generazioni, innovazione.
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