L’amore adolescente negli anni Settanta, in questo film di Paul Thomas Anderson su Prime Video
Ci sono film che ti catapultano indietro nel tempo con la forza di una Polaroid sbiadita ritrovata in soffitta. Licorice Pizza, disponibile su Prime Video, è esattamente questo: un viaggio sentimentale nella San Fernando Valley del 1973, dove il sole californiano illumina storie di gioventù, ambizione e quel tipo di amore che ti colpisce quando ancora non sai bene cosa fartene. Paul Thomas Anderson, il regista visionario dietro capolavori come Il petroliere e Magnolia, torna con quello che il New Yorker ha definito la sua opera più felice. E non è un complimento da poco, considerando la filmografia di un autore noto per scrutare i lati oscuri dell’animo umano. Qui Anderson cambia registro, senza perdere profondità: costruisce una commedia drammatica che respira nostalgia ma non si adagia mai nella malinconia sterile.
La storia ruota attorno a Gary Valentine, quindicenne con una carriera da attore bambino già avviata e l’incoscienza tipica di chi ha quindici anni ma si sente già adulto. Durante il giorno delle foto per l’annuario scolastico, Gary incontra Alana Kane, assistente fotografa di diversi anni più grande di lui. Il colpo di fulmine è immediato, almeno da parte sua. Lei è più guardinga, consapevole del divario d’età, eppure qualcosa nella sfrontatezza di Gary la intriga. Quello che nasce è un rapporto complesso, fatto di complicità profonda e tensione irrisolta. I due cominciano a passare sempre più tempo insieme, navigando tra amicizia, attrazione e quella zona grigia dove nessuno dei due sa bene dove stia andando. Insieme si lanciano in diverse imprese commerciali, dalla vendita di letti ad acqua a un’agenzia di pubbliche relazioni per minorenni, vivendo una serie di avventure e disavventure che diventano il terreno su cui il loro legame si rafforza, si incrina, si ricompone.
Anderson non si limita a raccontare una storia d’amore: ricostruisce un’epoca. La messa in scena è meticolosa, quasi maniacale. Abiti, arredi, location trasudano autenticità anni Settanta. Non si tratta di semplice feticismo estetico: ogni dettaglio contribuisce a creare un mondo in cui immergersi completamente, dove anche la grana della pellicola sembra restituire il calore polveroso di quella California. E poi c’è la colonna sonora, un personaggio a sé. Dai Doors a David Bowie, da Nina Simone a Paul McCartney, la musica non è mai solo sottofondo ma contrappunto emotivo, commento ironico, memoria collettiva. Il titolo stesso del film è un omaggio a quell’epoca: Licorice Pizza era lo slang per indicare i dischi in vinile 33 giri e il nome di una celebre catena di negozi di dischi californiana nata proprio negli anni Settanta. Un modo per dire che questo film è un long playing da ascoltare tutto d’un fiato.
Licorice Pizza è anche una parata di cameo memorabili. Sean Penn appare nei panni di Jack Holden, attore hollywoodiano in declino che trascina Gary e Alana in una serata surreale. Bradley Cooper è un Jon Peters esplosivo e imprevedibile, produttore cinematografico e compagno di Barbra Streisand, in una sequenza che mescola comicità fisica e minaccia latente. Tom Waits presta il suo volto vissuto a Rex Blau, mentre Benny Safdie interpreta Joel Wachs, politico con segreti da nascondere. Sono apparizioni brevi ma incisive, schegge di umanità che attraversano la storia principale arricchendola di sfumature. Anderson dirige questi attori con la sicurezza di chi sa esattamente cosa vuole: ogni scena ha un ritmo, un peso specifico, una ragione d’essere.
Licorice Pizza ha diviso la critica americana su alcuni aspetti della rappresentazione culturale, ma ha conquistato praticamente all’unanimità per la capacità di Anderson di catturare l’essenza di un’epoca e di un sentimento. È un film che parla di prime volte: primo amore, primi fallimenti, prime intuizioni su chi sei e chi vuoi diventare. È anche un film sul tempo che passa e su come certi momenti della vita, quelli vissuti con l’intensità bruciante della gioventù, rimangano impressi per sempre. Come una canzone che riascoltata anni dopo ti riporta esattamente dove eri la prima volta che l’hai sentita. Come un vinile che gira sul piatto, con quel fruscio caldo che nessun formato digitale riuscirà mai a replicare.
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