La tragedia di Catanzaro, la fragilità dell’essere umano e la solitudine che non trova ascolto
Siamo attoniti e senza parole davanti a un episodio molto doloroso: infanticidio di una madre che ha ucciso due dei suoi tre figli, con una terza ancora in pericolo di vita e lei stessa che si è data la morte. Senza entrare nell’episodio specifico, terribile e che merita rispetto e silenzio, cerchiamo di capire, in base a quanto conosciamo di cervello e mente umana, cosa accade in casi simili. Partiamo dal presupposto che suicidi e tendenze suicidarie hanno origine in molte dimensioni e diversi livelli: individuale, relazionale, sociale più ampia. L’infanticidio, d’altronde, esiste da sempre nella storia dell’uomo e si ritrova anche nel mondo classico. Le motivazioni possono essere di diverso tipo ma hanno alla base un dolore molto grande, quasi insopportabile, non certo una mancanza di amore.
Stress e disagio sono tanto grandi che si pensa di non poterli sopportare e si ritengono tali anche per i propri figli. Un equivoco spesso confermato dalle dichiarazioni di vicini o conoscenti trova spazio nella frase: “era tutto normale, era una famiglia normale, non c’era alcun segnale di disagio”.
I segnali di stress, dolore, difficoltà sono inviati ma non sempre siamo pronti all’ascolto definito attivo, che è quell’attenzione per l’altro, reale e caratterizzata dalla sospensione del giudizio, ascolto quindi scevro da pregiudizi. Lo sguardo sull’altro, il suo ascolto, le relazioni interpersonali significative che caratterizzano proprio la storia dell’essere umano dalle sue origini, probabilmente costituiscono gli aspetti più carenti o mancanti del tutto nella nostra società.
La vita di molti di noi è contraddistinta dalla solitudine, dal silenzio, dall’assenza degli altri sia nei momenti di gioia che di tristezza. Condividere le proprie emozioni per appunto gioire insieme o com-patire ed essere consolati è una parte importante della nostra vita che si apprende nei primi momenti di vita e si consolida nel tempo con esperienze positive. La solitudine e il silenzio, in assenza di processi di mentalizzazione, possono trasformarsi in spazi di rimuginìo e di sofferenza non esplicitata. In tali condizioni, l’attivazione emotiva non elaborata tende ad accumularsi, favorendo vissuti di ansia, inadeguatezza e disperazione, fino a compromettere la percezione di alternative possibili.
In questo quadro, assume particolare rilevanza la possibilità di intercettare precocemente la sofferenza materna, soprattutto quando essa rimane silente e non verbalizzata. Il riconoscimento tempestivo dei segnali di disagio psicologico e l’attivazione di reti di supporto adeguate possono rappresentare fattori protettivi fondamentali, riducendo il rischio di isolamento emotivo e favorendo l’accesso a percorsi di aiuto.
* Docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’UniCal
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